“Opinioni” Serve una politica salariale differenziata sul territorio – di Carlo Dell’Aringa

03/09/2002




Martedì 3 settembre 2002




ITALIA-LAVORO

intervento




Serve una politica salariale differenziata sul territorio
     
    di Carlo Dell’Aringa

    Sui rinnovi contrattuali si stanno scaricando sia tensioni politiche che problemi tecnici di politica sindacale e salariale. La firma del Patto fra Governo e Cisl e Uil ha indubbiamente aperto prospettive utili di riforma del mercato del lavoro, ma ha anche allargato il divario esistente con la Cgil, la quale potrebbe sentirsi autorizzata ad avanzare, ai prossimi rinnovi , richieste che mai avrebbe fatto in circostanze "normali", come ad esempio la richiesta esplicita di aumenti dei salari reali, che facciano riferimento all’inflazione effettiva e non a quella programmata. Di fronte a queste eventuali richieste, apertamente contrarie alla filosofia dell’Accordo di luglio del 1993, gli altri due sindacati avrebbero un problema in più a fare richieste salariali "moderate". Come l’esperienza insegna, la concorrenza fra sindacati in occasione della presentazione delle piattaforme contrattuali non giova a contenere le pressioni inflazionistiche. Vi è solo da dire che sinora Cisl e Uil hanno dato prova di grande senso di responsabilità e si può ragionevolmente sperare che siano disposte a trovare un compromesso utile per tutti. I problemi più specifici di natura sindacale e salariale sono diversi. Se ne possono ricordare brevemente tre, che stanno a monte di tutti gli altri. Il primo è costituito dalla tentazione di rilanciare i consumi con una forte ripresa dei salari. I sostenitori di questa posizione costituiscono un partito trasversale che, dopo anni di vita sommersa, sta tornando allo scoperto. Senza scomodare l’economista Keynes, va apprezzata la posizione di coloro che propongono invece un ruolo attivo della politica fiscale per finalità anticicliche. Il caso di un Paese dell’Unione che rilancia la domanda aggregata con aumenti salariali fuori linea rispetto alla media europea non si è ancora visto e speriamo che non sia il nostro Paese a inaugurare una politica infausta di questo tipo. Il secondo problema riguarda la bontà dei dati statistici. Purtroppo ci si preoccupa dei pochi dati buoni che abbiamo e non invece di quelli che sarebbero utili e che non abbiamo. Al di là delle polemiche, che possono svolgere anche un ruolo utile non si capisce come si possa mettere in così forte dubbio i dati dell’Istat sull’inflazione. Se si parla di uno scarto di qualche decimo di punto percentuale (fra dato Istat e inflazione effettiva) e quindi di un possibile errore commesso in concomitanza di un fatto eccezionale (il changeover), se ne può discutere (e penso anche in sede di inflazione programmata). Ma andare oltre è irrazionale. Ci si dovrebbe preoccupare invece dei dati che non si hanno, come, sempre in tema di prezzi, i livelli del costo della vita nelle diverse realtà territoriali. Si sa che sono estremamente difficili da calcolare in modo attendibile e l’Istat, dando anche prova della sua tradizionale serietà, si è sempre rifiutata di farlo. Ma è giunto il momento di fare un serio tentativo. Dovrebbero insistere su questo proprio le forze sindacali e politiche che sono interessate a sviluppare una politica salariale articolata sul territorio che permetterebbe, fra l’altro, di recuperare alla contrattazione collettiva, aumenti di produttività realizzati nelle realtà più dinamiche, che finora ne sono stati esclusi. E questo si aggancia al terzo punto. La politica dei redditi continua ad essere utile perché le pressioni inflazionistiche sono sempre in agguato. Il Patto sul costo del lavoro del 1993 continua a svolgere un ruolo fondamentale, anche se manifesta una eccessiva rigidità. La politica contrattuale, infatti, non tiene sufficientemente conto delle peculiarità dei mercati locali del lavoro e questa è una delle cause (non è la sola, ma è importante) delle grandi differenze dei tassi di occupazione e di disoccupazione che esistono all’interno del nostro Paese.