“Opinioni” Se il tabù cade a Sud – di Roberto Napoletano

13/03/2002





SE IL TABÙ CADE A SUD
di Roberto Napoletano

Pasquale Saraceno, padre nobile del meridionalismo, diceva che quando per il Sud non si sa che fare, si crea una società finanziaria, s’inventa qualcosa. Per fortuna, almeno questo il Governo di Centro-destra sembra avercelo risparmiato: si è smesso di vendere il nulla, di lavorare di fantasia, di fare finta di regalare qualche mancia. Con sei giovani su dieci senza lavoro e un divario di reddito di 33 punti percentuali, il Mezzogiorno italiano ha bisogno vitale non tanto di nuove politiche speciali, piccole o grandi elemosine che siano, quanto piuttosto di un piano organico di riforme strutturali. Nell’interesse suo, ma insieme – e forse ancor prima – del sistema Paese, del Sud come del Nord. Infrangere il tabù dell’articolo 18, da questo punto di vista, vale molto di più di qualsivoglia ente preposto allo sviluppo del Mezzogiorno: rompe con la pratica logora e deviante dell’assegno sociale, restituisce dignità e speranza a quel popolo di senza-diritti che occhi miopi e interessatamente obliqui, da troppo tempo, si ostinano a non voler vedere.


Il valore della flessibilità, in entrata e in uscita, appartiene di diritto alla cultura della modernizzazione, esprime la cifra delle riforme vere e, quindi, genera effetti positivi per tutto il Paese. È evidente, però, che nelle regioni meridionali dove purtroppo ancora dominano larghe fasce di illegalità, uno specialissimo sommerso e mille compromessi e distorsioni, il tabù infranto è destinato a moltiplicare i suoi effetti positivi perché restituisce regole, dà diritti a chi non ne ha e consegna strumenti effettivi nelle mani di quella classe dirigente impegnata in prima fila nella battaglia della trasparenza e della civiltà. Per troppo tempo, indulgendo a un semplicismo di maniera (quello che consente liquidazioni sommarie di vecchi e nuovi meridionalismi), si è arrivati a confondere le performance delle imprese esportatrici meridionali – che avendo superato una selezione darwiniana sanno evidentemente fare molto bene il loro mestiere – con un ipotetico sorpasso del Mezzogiorno rispetto al Nord. Il dato di fatto che, in pochi anni, la quota di export meridionale sia passata dal 9 a oltre l’11% significa che ci sono un tessuto industriale e una risorsa giovanile sui quali il Paese farebbe bene a investire, ma anche che c’è ancora molto da fare se è vero – come è vero – che un terzo della popolazione continua a esprimere poco più di un decimo della sua capacità di esportare. Negli anni della Solidarietà nazionale il Pci di Berlinguer chiese e ottenne la testa di Gabriele Pescatore, il presidente della prima Cassa del Mezzogiorno, quella che con 18mila miglia di strade «cucì lo stivale» facendo, come scrisse l’«Economist» dell’epoca, ciò che Cavour aveva erroneamente predetto per le ferrovie un secolo prima. Pescatore ha sempre sostenuto che il Pci non gli perdonava di essere l’unico caso al mondo di attuazione con successo del dogma della pianificazione comunista, ma a vantaggio dei potentati democristiani. Non sappiamo se le cose stessero esattamente così, di certo fu un errore sostituirlo. Dopo di lui le Casse si moltiplicarono a dismisura, aumentò vertiginosamente il numero dei dipendenti, ma di opere pubbliche strategiche non se ne sono viste più. Un errore nel quale è incorsa, spesso, la Sinistra, durante la prima Repubblica, è stato quello di pensare di sostituire le persone e non di affrontare i problemi. Gli uomini cambiano, ma i problemi restano e, spesso, si ingigantiscono. Le infrastrutture, ma anche il fisco, la sicurezza e la flessibilità, sono il pane di cui ha più urgente bisogno l’economia e la società del Mezzogiorno per provare a fare lievitare in proprio una prospettiva duratura di sviluppo. Come allora sarebbe stato utile che il Pci non osteggiasse i 300 ingegneri della prima Cassa del Mezzogiorno: non a caso uomini del calibro di Donato Menichella e Ugo La Malfa ne volevano fare l’organo tecnico della programmazione nazionale del Paese. Così oggi è bene che sull’articolo 18 la parte più illuminata dello schieramento di Centro-sinistra e del sindacato, esca dagli stereotipi della piazza e offra il suo appoggio a un disegno concreto di cambiamento. A Berlusconi, e alla sua coalizione, che sembrano avere ritrovato in extremis il coraggio di decidere, ci permettiamo di chiedere di averlo fino in fondo e di estendere la deroga all’articolo 18 a tutti i neo-assunti, a partire magari proprio dal Sud. Alla voce nuova occupazione, il tabù infranto potrebbe valere il doppio. Lo sviluppo non ha bisogno di mance, ma di riforme strutturali. Possibilmente, non a rate.
Roberto Napoletano

Mercoledí 13 Marzo 2002