“Opinioni” Se il sindacato diventa riformista (P.Pirani)

06/03/2007
    martedì 6 marzo 2007

    Pagina 26 – Commenti

    Se anche il sindacato diventa riformista

      Paolo Pirani
      Segretario confederale Uil

        Il nostro sistema politico continua a vivere una fase di transizione che, se paragonata ad altre vicende europee, finisce con l’apparire infinita e indefinita nel suo possibile conclusivo approdo. Le trasformazioni del quadro politico interno hanno coinciso con mutamenti epocali della storia e dell’economia internazionale responsabili, probabilmente, di un effetto moltiplicatore dei processi evolutivi endogeni, diluitisi nel tempo oltre misura. La discussione in corso circa la nascita del Partito Democratico può rappresentare, da questo punto di vista, una tappa di stabilizzazione positiva che anche il mondo del lavoro non può non vivere con un certo interesse.

        Oggi più che mai, si pone un problema di rapporti tra economia e politica, tra economia e democrazia; rapporti che non sono più governati dal vecchio compromesso socialdemocratico sul quale, per lunghi decenni, sono state fondate le sorti della nostra Europa. Ora bisogna fare i conti con un’altra storia, un altro modello sociale, un’altra realtà basata sulla conoscenza, sull’informatizzazione, sulla globalizzazione. Ecco perché un’Organizzazione sindacale laica e riformista non può assistere da spettatrice alle evoluzioni della politica, proprio per i riflessi che questi processi possono avere sull’economia ed il sociale e, dunque, sui lavoratori e sui loro rappresentanti. L’affermazione e la conferma del principio di autonomia non esime dall’occuparsi del rapporto che si instaura tra il movimento sindacale e le diverse forme ed espressioni della politica e ciò che in essa accade non può essere indifferente a chi vive quella stessa dimensione nel sociale.

        La prospettiva aperta della semplificazione del quadro attraverso le proposte, nel centro sinistra come nel centro destra, di nuove aggregazioni e partiti pone l’esigenza di affrontare esplicitamente il tema di quale significato, ruolo, rappresentanza e peso debba avere la cultura sociale rappresentata dal mondo del lavoro e dal sindacalismo democratico, nella prospettiva politica italiana. Il Sindacato deve sempre partire dalla “realtà effettuale”, dal lavoratore concreto, dal lavoratore comune, non da quello “tipo” o “immaginario” e deve risolvere i suoi problemi immediati e concreti. Questa è la missione di un Sindacato moderno e riformista che va esercitata, innanzitutto e direttamente, verso le Istituzioni e le controparti e che va confrontata anche con i soggetti politici portatori di interessi collettivi.

        In questo quadro, nasce l’esigenza storica di un Partito Democratico; esigenza che deriva proprio da quel mutamento di cui si diceva dello scenario economico e del rapporto tra economia e democrazia. Se la politica è rappresentazione e governo del reale, si rischia di essere avulsi dalla realtà se non si accompagna questa evoluzione storica con un processo di ricomposizione della rappresentanza politica.

        Guardare con favore alla nascita di un nuovo soggetto politico, tuttavia, non significa affatto propugnare l’affermazione di un Sindacato di schieramento, né può comportare un automatismo di appartenenza che, soprattutto in un sistema bipolare, sarebbe una sostanziale contraddizione. La vera forza del Sindacato confederale, infatti, risiede nella capacità di rappresentare interessi che, dal punto di vista politico, sono trasversali e questa forza è il fulcro della capacità di incidenza del Sindacato sulla società.

        Uno sviluppo della rappresentanza politica deve farci interrogare su come il Sindacato intende rappresentare questo cambiamento nella società italiana, proprio mentre si va generando una dialettica tra e all’interno delle Organizzazioni sindacali che impatta, da un lato, l’emergere di fenomeni corporativi e, dall’altro, una persistente deriva movimentista e antagonista. Bisogna dunque far emergere tutte le potenzialità di un Sindacato riformista ed è bene che questo tema attraversi le tre centrali confederali, così come è bene che si intensifichi il dialogo e il confronto su una comune progettualità. È su questo che occorre investire ed è su questo che potrà trovare spazio, in futuro, l’idea di un’unità sindacale tra diversi, fondata sul valore del pluralismo ma anche su una condivisione della trasformazioni della società e del modo migliore per rappresentare gli interessi dei lavoratori.