“Opinioni” Rischio burocrazia per gli immigrati – di Tito Boeri

25/07/2002
          25 luglio 2002

          Rischio burocrazia
          per gli immigrati
          La legge Bossi-Fini aumenta gli adempimenti
          per le imprese

          DI TITO BOERI

          Cosa vuol dire operare in
          un mercato in cui mancano
          i lavoratori anziché i
          posti di lavoro? Una buona fetta
          d’Italia è in condizioni di
          piena occupazione, con tassi di
          disoccupazione inferiori al 4%,
          ma pochi si sono sin qui presi
          la briga di studiare approfonditamente
          come funziona il mercato
          del lavoro in questi casi.
          Fra questi pochi eletti, alcuni
          economisti delle Università di
          Padova e Venezia, non a caso
          le zone in cui il mercato del
          lavoro è maggiormente surriscaldato.
          Le loro indagini, basate
          per lo più su dati sulle aspirazioni
          di chi cerca lavoro (Indagini
          sulle forze lavoro) e sul turnover
          di lavoratori e posti di
          lavoro di fonte Inps portano a
          tre principali risultati. Primo:
          chi cerca lavoro in questi mercati
          è molto esigente. Secondo: i
          datori di lavoro competono tra
          di loro nel procacciarsi lavoratori,
          rubandoseli gli uni agli altri.
          Terzo: in un mercato del lavoro
          siffatto sono proprio gli immigrati
          a impedire il surriscaldamento
          del mercato, a tenere bassi
          i salari.
          Chi cerca lavoro in queste
          ragioni richiede contratti con
          maggiori garanzie di durata, è
          disponibile a prestare il proprio
          lavoro solo nell’ambito di
          impieghi corrispondenti alle
          proprie qualifiche e a precise
          condizioni quanto alla natura
          (full-time o part-time) dell’orario
          di lavoro. L’indice di choosiness
          elaborato da Ugo Trivellato
          e Anna Giraldo mostra
          che i lavoratori veneti sono, a
          parità di altre condizioni (età,
          livello di istruzione, genere,
          composizione del proprio nucleo
          familiare), circa del 30%
          più esigenti di chi cerca lavoro
          in Campania.
          Tempi duri per i datori di
          lavoro veneti. Giuseppe Tattara
          e Marco Valentini ci descrivono
          un mercato del lavoro in cui
          le assunzioni avvengono principalmente
          da altri posti di lavoro,
          generando lunghe catene di
          posti vacanti (per sostituire un
          lavoratore "rubato" a un’altra
          impresa, bisogna attrarne uno
          già occupato altrove, spingendo
          l’impresa da cui quest’ultimo
          proviene ad aprire un altro posto
          vacante e così via). È sempre
          più difficile assumere qual
          cuno in poco tempo, soprattutto
          se proviene dalla nonoccupazione
          (ad esempio, è un giovane
          in cerca di prima occupazione
          o un disoccupato).
          Nell’industria, un’assunzione
          su cinque (contro una su
          venti agli inizi degli anni 90)
          coinvolge lavoratori extracomunitari
          e il dato è sicuramente
          sottostimato, dato che in queste
          zone è diffuso l’impiego irregolare
          di manodopera immigrata.
          Sono soprattutto le piccole e
          piccolissime aziende ad assumere
          lavoratori immigrati, perché
          costano meno degli esigenti
          lavoratori indigeni. Moltissime
          le imprese a Treviso e Vicenza
          con meno di 15 dipendenti
          in cui si ha una maggioranza
          di lavoratori immigrati.
          Soprattutto sono gli immigrati
          a garantire la mobilità del lavoro
          in queste zone: il loro tasso
          di turnover è del 150%, con
          durate medie del lavoro
          inferiori ai sei mesi (rispetto ai tre
          anni dei lavoratori comunitari).
          Lezioni da trarre? Eccone alcune.
          Ragionando coi termini
          (equivoci) ricorrenti negli ultimi mesi,
          in queste regioni c’è un problema
          di "flessibilità in entrata", mentre
          ce n’è fin troppa di "flessibilità
          in uscita". Piccolo è bello
          se c’è l’immigrato perché costa
          troppo il locale disoccupato. A
          parte le rime, la revisione (in
          atto) delle politiche per l’emersione
          del sommerso dovrebbe,
          per risultare più efficace, contemplare
          anche i lavoratori immigrati.
          E poi meglio snellire le
          procedure della legge sull’immigrazione.
          Perché più che l’articolo
          18 dello Statuto dei lavoratori,
          in Veneto conta l’articolo
          18 della legge Bossi-Fini. Quello
          che prescrive a chi assume il
          lavoratore immigrato una marea
          di adempimenti e che infligge
          multe salate a chi «omette di
          comunicare allo sportello unico
          per l’immigrazione qualunque
          variazione nel rapporto di lavoro
          intervenuto con lo straniero».
          Delle due l’una: o la legge
          non verrà applicata, oppure rischia
          di impedire alla manodopera
          immigrata di esercitare il ruolo di
          raffreddamento del mercato del lavoro
          svolto in questi anni. Sicuro che aumenterà
          il lavoro amministrativo, la burocrazia.
          Secondo stime prudenziali, saranno circa
          200mila i lavoratori extracomunitari in
          Veneto che cambiano lavoro
          ogni anno. Quanta carta e quanto
          lavoro per le Prefetture che
          devono comminare le sanzioni
          amministrative ai datori di lavoro
          inadempienti!