“Opinioni” Quando l’obiettivo è politico – di Napoleone Colajanni

29/03/2002





Quando l’obiettivo è politico
di Napoleone Colajanni

Cercar di capire la vera natura del durissimo scontro in atto nel nostro Paese non è un intellettualismo da commentatore deciso ad apparire distaccato, è decisivo per assumere una posizione e fare una scelta sensata. Sergio Cofferati smentisce che si tratti di uno scontro tutto politico, ma credo che la realtà sia del tutto opposta. Nella storia del movimento sindacale in Italia scioperi e manifestazioni prettamente sindacali si sono sempre svolti per costringere la controparte alla trattativa. Oggi invece i sindacati pongono a questa delle condizioni pregiudiziali, la modifica di un disegno di legge del governo, che non possono essere definite altrimenti che politiche, come politica è la posizione di rifiutare di entrare nel merito delle proposte concrete del governo per considerarle come manifestazione di una scelta contro i diritti dei lavoratori. E se così non fosse la reazione alle proposte del governo sarebbe assurdamente sproporzionata.

Vale la pena ricordare le proposte dell’esecutivo: sospendere per un tempo determinato la possibilità di reintegrare in azienda i lavoratori licenziati da imprese che superano il limite dei 15 addetti, per i lavoratori che emergono dal sommerso e per quelli che passano da contratto a termine a contratto a tempo indeterminato nel Mezzogiorno, senza toccare in alcun modo i lavoratori attualmente occupati. Del resto che di politica si tratti lo dimostra anche la innegabile contiguità (mi auguro che questa parola non venga usata per distorcere il mio ragionamento) con movimenti come quelli dei girotondi. Quindi di politica si tratta come, con la consueta onestà, ha detto Paolo Sylos Labini. Sia ben chiaro, un sindacato ha assolutamente il diritto di promuovere un’azione di questa natura e non viola così nessuna regola. Anche qui nella storia recente dell’Italia non sono mancati esempi di scioperi politici proclamati da un sindacato, il più rilevante quello del luglio 1960 che portò alla caduta del governo Tambroni e costò la vita a otto lavoratori. Ma allora si pongono due questioni su cui una riflessione approfondita è indispensabile. Un’azione politica deve avere un obiettivo e uno sbocco. Quale può essere lo sbocco delle azioni attuali? La caduta del governo? Ma le composizione della maggioranza è ben diversa da quella del 1994 che consentì la caduta del primo governo di Berlusconi e nel parlamento attuale non ci sono maggioranze alternative, come invece c’era nel 1960. Si vuole delegittimare il governo? Ma così il paese piomba nel caos. Si vuole che modifichi la posizione sull’articolo 18? Ma allora il modo più producente è la trattativa. Si vuole andare a nuove elezioni? Lo si dica. E se le cose dovessero restare come sono adesso cosa si dovrebbe fare? Tornare in piazza in cinque milioni come con qualche enfasi ha detto Francesco Rutelli? E se non serve nemmeno questo, tornare in dieci, quindici milioni? La mancanza di uno sbocco politico plausibile causa quindi una grave incertezza. Ma c’è un altro aspetto della situazione attuale ancora più inquietante ed è l’assenza dei partiti politici. In un regime parlamentare la possibilità di realizzare compromessi e mediazioni che insieme alle manifestazioni sono il sale della democrazia, può essere esercitata soltanto dai partiti politici. Ora, questi sono completamente appiattiti sulle posizioni del sindacato nel caso dell’opposizione, o intenti a beccarsi come i polli di Renzo per approfittare della situazione e arraffare qualche posizione di maggior forza nel campo della maggioranza. Lo spettacolo che danno i ministri che straparlano, il presidente di un grande partito che in buona sostanza fa il Cincinnato lasciando un cireneo a sbrogliare la situazione non è certo edificante. All’indebolimento dei partiti hanno contribuito molte e diverse forze, da una magistratura che nella migliore delle ipotesi non è andata oltre il proprio naso nell’interpretare la legge, al dannunzianesimo di molti intellettuali, all’illusione che basti la televisione per dirigere un paese. E, si capisce, la responsabiltà maggiore è stata quella degli stessi partiti, ma solo adesso si può toccare con mano il danno che tutto ciò ha inferto al paese. La contraddizione è che solo dai partiti può ripartire l’iniziativa per ricondurre il paese entro i binari giusti.

Venerdí 29 Marzo 2002