“Opinioni” Pensioni, pagare di più per avere di meno? – di Sergio Cesaratto

27/02/2002

 
 

Da l’Unità del 26.02.2002
 

Pensioni, pagare di più per avere di meno?
di 
*Sergio Cesaratto

Franco Modigliani è un grande economista. Egli contribuì in un fondamentale articolo del 1944 a ridimensionare la portata critica della Teoria Generale di Keynes, che a molti era parsa distruttiva della teoria economica marginalista su cui si fondano i precetti del liberismo economico. Una seconda bordata al marginalismo fu sferrata una quindicina d’anni dopo da Piero Sraffa, il grande economista italiano, fraterno amico e sostegno del fondatore di questo quotidiano in particolare negli anni duri del carcere fascista. A differenza del suo altrettanto famoso collega del MIT e premio Nobel Paul Samuelson, Modigliani si tenne ai margini dalla famosa "controversia fra le due Cambridge", quella inglese di Keynes e Sraffa e quella USA dove è il MIT, relativa alla teoria marginalista del capitale, controversia che scaturì dal lavoro di Sraffa, ma non v’è dubbio da che parte battesse il suo cuore.
Samuelson e i suoi colleghi del MIT hanno successivamente cercato di ridimensionare la sconfitta del marginalismo e, soprattutto, di eluderla. Questo è importante ricordarlo perché al cuore della proposta di riforma delle pensioni che Modigliani e Ceprini avanzano su L’Unità del 12 febbraio v’è proprio la teoria marginalista criticata da Keynes e Sraffa. Tale proposta si basa sull’impiego del TFR per costituire un sistema pensionistico "a capitalizzazione" che progressivamente, e in maniera indolore, sostituisca quello pubblico "a ripartizione". I due autori ben sanno che il TFR è già una sorta di sistema a capitalizzazione (assomiglia molto ai piani pensionistici aziendali 401k americani, quelli falliti con la Enron per capirci, ma è più sicuro perché se l’impresa fallisce da noi interviene l’Inps). Quindi trasferire il TFR (o una sua parte) ai fondi pensione, o ad un fondo a gestione pubblica che chiamano Nuovo Fondo (NF), cambierebbe solo la gestione dei risparmi dei lavoratori cristallizzati nel TFR, ma non li accrescerebbe. La loro proposta si gioca dunque sul reinvestimento degli interessi che maturano sulla quota di TFR trasferito al NF. Questi interessi sarebbero ben più cospicui di quelli che maturano con l’attuale gestione del TFR (sufficienti, tuttavia, per battere il rendimento dei fondi pensione nel 2001!). M&C ipotizzano un livello assai ambizioso di rendimenti reali, attorno al 5% (v. Il Sole 9/3/01), la cui costanza a fronte del ciclo economico, sarebbe per giunta garantita dallo Stato. Concediamo tutto ciò. Questi interessi reinvestiti d’anno in anno darebbero luogo, per l’accumularsi degli interessi composti, ad un cospicuo capitale finale da godere come vitalizio negli anni della pensione. "Man mano che il capitale cresce – essi argomentano – una parte sarà usata per pagare le pensioni riducendo così i contributi". Alla fine, la medesima pensione pagata ora dalla ripartizione sarebbe erogata dal NF, ma con aliquote molto inferiori. Cos’è che non va?

(a) Con il sistema attuale, i lavoratori ottengono a fine carriera la pensione più il TFR maturato. Nella proposta in esame ottengono solo la pensione. Certo, a regime (dal 2050!) pagherebbero molto meno di contributi, ma a guardare i numeri di M&C nei 50 anni che ci separano dalla meta si pagherebbe circa lo stesso per ottenere meno.
(b) Attualmente, grosso modo, v’è uno stock di TFR (c/a 150 miliardi di €) in cui sono "cristallizzati" i versamenti passati dei lavoratori, mentre le imprese utilizzano i versamenti correnti di TFR, un flusso di c/a 15 miliardi di €, per pagare le liquidazioni. Se il detto flusso viene a mancare, le imprese dovranno indebitarsi a maggior costo all’esterno. Prima facie, i lavoratori continueranno a prestare alle imprese via NF quello che prima prestavano direttamente all’azienda. È noto come la Confindustria pretenda cospicui sgravi fiscali come rimborso.


Il governo ha proposto di ridurre i contributi previdenziali a carico delle imprese sui nuovi assunti di 3-5 punti, manovra malaccorta per la nota questione del buco previdenziale che si verrà ad aprire col tempo.

Sensibili alle esigenze delle imprese, su questo tema M&C non offrono tuttavia una risposta esauriente. Fatto è che qualcuno il maggior rendimento previsto da M&C lo dovrà pagare. Supponiamo che qualcuno lo paghi – e visto che non saranno le imprese, saranno i lavoratori medesimi (aumento delle aliquote per i parasubordinati, tagli alle spese sociali e così via). Così il TFR rende di più, ma sono i lavoratori a pagarselo consentendo allo Stato di rimborsare le imprese.

(c) Accettato questo sacrificio iniziale, è tuttavia plausibile la "moltiplicazione dei pani e dei pesci" promessa da M&C ai lavoratori, dovuta al continuo reinvestimento degli interessi che si trasformano in capitale reale per la vecchiaia? Le basi analitiche del ragionamento di M&C circa la trasformazione dei risparmi dei lavoratori in investimenti sono precisamente quelle messe in discussione da Keynes e Sraffa, i quali hanno messo in luce come le decisioni di investimento (come costruire nuove fabbriche) sono indipendenti dalle decisioni di risparmio. I risultati empirici confermano questa conclusione, ed anche che il tentativo di forzare i lavoratori a risparmiare di più tagliando i consumi privati e sociali ha effetti negativi sulla domanda effettiva e l’occupazione. Per cui, lungi dall’ovviare ai presunti problemi del sistema a ripartizione, le proposte alla M&C ne minano la solidità. Mentre altre critiche potrebbero essere mosse – per esempio non c’è bisogno di Keynes a Sraffa per mostrare l’inapplicabilità della proposta M&C al pubblico impiego – vale la pena spendere le ultime righe per una considerazione più generale. La presentazione dell’articolo di M&C su L’Unità era francamente troppo ossequiosa ("un grazie affettuoso dai lettori"), e stridente dopo il richiamo di Moretti perché la sinistra riassuma la propria identità e iniziativa intellettuale e politica. Utilizzare inoltre Modigliani, un tradizionale avversario dei sindacati italiani, per attaccare il governo perpetua il vizio di far fare l’opposizione ai Ruggiero, alla stampa estera o ai governi svizzeri di turno, senza avere né proposte né idee proprie.

Infatti, le idee in tema di politica economica di gran parte del Centro-sinistra hanno radici culturali non dissimili da quelle della destra (Andrea Ginzburg ha definito "monetaristi democratici" i consiglieri economici di Rutelli, D’Alema, Amato ecc.). Si badi che non sto in alcun modo argomentando che c’è una scienza economica di sinistra ed una di destra. La scienza è buona o cattiva. Quella buona è quella che prescrive correttamente le strade verso la piena occupazione e un benessere diffuso non nascondendosi che gli ostacoli che si frappongono hanno natura sovente prevalentemente politica. Quella cattiva è quella che prescrive in maniera analiticamente scorretta come realizzare quegli obiettivi, inconsapevolmente favorendone altri – un’elevata disoccupazione e/o flessibilità per tener buoni i sindacati, un benessere socialmente concentrato. Questo non ha naturalmente nulla a che fare con l’onestà intellettuale dei singoli studiosi, che sono spesso disinteressatamente sensibili al progresso sociale, ciò che consente il dialogo intellettuale e politico. In questo senso dobbiamo esser grati al prof. Modigliani per aver avviato questa discussione che speriamo vorrà anche concludere.

L’indipendenza intellettuale dalle scuole scientifiche dominanti è, com’è noto dalla sociologia della scienza, una questione assai complicata e questo, come sappiamo da Marx, è particolarmente vero in economia. Il dramma che sta attraversando la sinistra italiana non è nella difficoltà a proporre politiche economiche seriamente orientate verso la piena occupazione ed il benessere dei lavoratori in un’Europa che è sinonimo di liberismo e smantellamento della possibilità di politiche economiche nazionali indipendenti. Nessuno ha mai pensato che il cammino verso la giustizia sociale fosse una passeggiata. Il dramma vero è che al liberismo il gruppo dirigente del Centro-sinistra ci crede proprio.

*Professore associato di Politica economica
presso l’Università di Siena