“Opinioni” Pensioni e riforma del Welfare – di Carlo De Benedetti

01/07/2002

29 giugno 2002

Prima Pagina e pag. 17 – Commenti
IL CASO
Molti paesi meglio di noi hanno saputo contrastare con efficacia la povertà
La scelta frettolosa di abbandonare il sistema contributivo ci riporta indietro di dieci anni
 
Pensioni e riforma del welfare
CARLO DE BENEDETTI

Il governo ha aperto una serie di negoziati con le parti sociali, con tavole, tavoline e tavolate. Ad una prima lettura, sembra che si parli e si negozi davvero di tutto: fisco, Mezzogiorno, lavoro, ammortizzatori sociali, sommerso. In realtà, il tavolo più importante, quello delle pensioni, non è stato nemmeno aperto. E´ davvero un peccato, perché si rischia di mettere in secondo piano quello che rimane "il problema strutturale" del Paese. Per fortuna, in questi giorni autorevoli figure istituzionali ci hanno ricordato l´importanza del tema. Il procuratore generale della Corte dei Conti, Vincenzo Apicella, ha lanciato un nuovo allarme generale sulla spesa pubblica, e sulla spesa pensionistica in particolare, parlando di un "buco nero difficilmente colmabile". Lo stesso allarme arriva con forza dal Governatore della Banca d´Italia, Antonio Fazio, che ha ribadito l´importanza dello sviluppo della previdenza integrativa privata e dell´innalzamento dei limiti di accesso alla pensione.
Ritengo che il problema delle pensioni debba essere affrontato nell´ambito di una complessiva riforma dello Stato sociale italiano, perché non è solo un problema di sostenibilità finanziaria. L´Italia spende in pensioni più di tutti gli altri paesi dell´area Ocse, quasi un sesto del proprio prodotto interno lordo. Questo impedisce di finanziare programmi di protezione sociale di vasta portata. Quando due terzi della spesa sociale sono indirizzati alle pensioni, rimane ben oco spazio per altri interventi.

Non vi è nulla di inevitabile in tutto questo. L´invecchiamento della popolazione non è certo un fenomeno solo italiano e sono molti i paesi che, nonostante gli andamenti demografici, hanno saputo in questi anni ridurre la spesa pensionistica. In questo modo hanno potuto sostenere dei veri sistemi di welfare, con reti di protezione sociale di ultima istanza estese, in grado di contrastare efficacemente la povertà.
La legge delega sulle pensioni presentata dal governo nel dicembre 2001 è più una controriforma che una riforma. Il tentativo di ridurre i contributi previdenziali dei nuovi assunti, a parità di prestazioni, pone due seri problemi. Il primo è che insinua una deviazione dal principio contributivo introdotto con la riforma Dini, quel principio che lega le prestazioni pensionistiche ai contributi versati lungo l´intero arco della vita lavorativa. Il principio contributivo è un principio responsabilizzante. Abbandonandolo così sbrigativamente, il governo finisce nuovamente per de-responsabilizzare i lavoratori rispetto ai propri accantonamenti previdenziali, riportandoci indietro di 10 anni.
Il secondo problema della delega è che si determinano nuove asimmetrie nei rendimenti delle pensioni non solo fra generazioni diverse ma anche fra lavoratori assunti in date diverse. Un serio progetto riformatore dovrebbe, invece, andare proprio nella direzione opposta, vale a dire ridurre progressivamente le asimmetrie nei trattamenti. Questo significa accelerare il superamento – sancito dalla riforma Dini, ma ancora lungi dall´essere completo – di molti residui privilegi di specifiche categorie e professioni, privilegi che non hanno alcuna giustificazione economica e che si fondano unicamente sul potere contrattuale delle parti e su passate regalie a fini elettorali.
Il fatto che oggi il governo si ostini a non voler intervenire sulle pensioni impedisce di affrontare con risorse adeguate gli altri temi oggetto del confronto con le parti sociali. Si è parlato di una riforma degli ammortizzatori sociali prima a costo zero, poi con stanziamenti talmente bassi (700 milioni di euro) da suonare quasi come una presa in giro. Voglio ricordare che gli ammortizzatori sociali non sono solo i sussidi di disoccupazione per lavoratori dipendenti con lunghe carriere lavorative alle spalle, ma anche, e soprattutto nel nostro Paese, schemi che proteggano chi ha carriere lavorative discontinue, i lavoratori parasubordinati, i lavoratori autonomi e anche i poveri non lavoratori.