“Opinioni” Niente pasticci – di Salvatore Zecchini

04/06/2002




          Niente pasticci

          di Salvatore Zecchini

          Tra intensi negoziati e fratture si è riaperto il dialogo sociale per dare al Paese quell’assetto di mercati e regole economiche che rappresenta presupposto ineludibile per tornare in gara con le economie più competitive e dinamiche. La speranza della maggioranza degli italiani è che non si finisca con i soliti compromessi su risultati minimi, ma si riesca ad allentare i freni all’economia. In tal senso, tuttavia, non tutte le premesse sono al loro posto, se si guarda all’intesa del 31 maggio. Risalta l’assenza di richiamo ad alcuni temi critici, né vi sono indizi che essi verranno a galla nelle discussioni di questi giorni. Al tempo stesso, non è chiaro fino a che punto, data la struttura segmentata del negoziato, tutte le parti presenti ai diversi tavoli siano consapevoli di una semplice realtà.
          La realtà è che alla fine il successo del negoziato per il Paese dipende dalla capacità delle parti di fare arbitraggi sensati, o lungimiranti compensazioni tra i progressi sui diversi temi delle riforme. Iniziando con le vistose assenze, se ne possono scorgere tre: a) la differenziazione retributiva; b) il gravame sull’economia della burocrazia e degli interminabili procedimenti amministrativi e giudiziari; c) il trasferimento di poteri alle autorità decentrate, regioni in testa. La questione salariale non è nominata nel testo dell’intesa, se non per ribadire genericamente la politica dei redditi definita nel Protocollo del 1993. Quella impostazione, con il suo duplice livello di contrattazione salariale, non ha dato grandi risultati nel riportare la dinamica retributiva in linea con l’evoluzione della produttività per singolo settore produttivo, area territoriale o impresa. Non è soltanto l’insignificante (se non discordante) ruolo che i livelli retributivi reali svolgono nel mercato del lavoro nel contrastare l’elevata disoccupazione, specialmente al Sud, ma il confronto internazionale con Paesi a più elevata occupazione che mostra come sia inadeguato per l’Italia un ventaglio salariale così compresso. Lo ha richiamato anche la missione dell’Fmi nelle consultazioni appena concluse con le autorità italiane. L’intervento della pubblica amministrazione, qual che sia il suo livello (centrale o periferico), si pone ancora come un onere sempre meno sostenibile per l’impresa che deve competere con i concorrenti stranieri, che ricevono dai loro governi servizi di supporto in quantità ben più grande che intralci da regolamentazione. Lo sforzo notevole di semplificazione amministrativa che il Paese sta compiendo stenta a tradursi nella realtà operativa, nonostante i progressi, per esempio, con la creazione degli sportelli unici per le imprese. Non si intacca il triste primato che il recente Rapporto dell’Ocse assegna all’Italia, come il Paese con le più alte barriere all’imprenditorialità tra i Paesi avanzati. A rendere più intricato l’ambiente economico con cui l’impresa deve confrontarsi si aggiunge il trasferimento di poteri che le ultime modifiche alla Costituzione hanno disposto a favore dei governi locali. I risultati finora più evidente sono un confondersi della linea di demarcazione tra le competenze dei diversi livelli di autorità, controversie, impedimenti all’attuazione di politiche coerenti sull’intero territorio, come nel grave caso della costruzione di nuove centrali elettriche e dell’ampliamento della rete, e incertezze su quale autorità domani sarà il vero interlocutore dell’impresa. Il rischio peggiore è una deriva inarrestabile verso la frammentazione dell’economia su base territoriale, tra l’altro per effetto dell’imposizione di balzelli all’interno del Paese. Perché i sindacati dovrebbero sollevare nelle discussioni in corso questi temi di pertinenza pubblica? Perché il mondo del lavoro deve condividere strettamente con l’impresa l’interesse a rimuovere i principali ostacoli all’investimento produttivo e all’occupazione. Nella stessa ottica è bene che le parti sociali abbiano consapevolezza di alcuni arbitraggi: gli stessi obiettivi di crescita e occupazione possono raggiungersi con differenti combinazioni di riforme, ma solo poche sono effettivamente compatibili con gli obiettivi. Al tavolo sulla riforma fiscale, l’attenzione è rivolta tanto al riequilibrio della tassazione, tra soggetti economici e tra fonti di reddito, quanto alla riduzione della pressione fiscale. Ciò non lascia spazio per incrementi della spesa pubblica corrente, ma obbliga a un suo ridimensionamento a favore degli investimenti. Ristrutturare la spesa implica necessariamente riformare il sistema pensionistico, in quanto assorbe troppe risorse e ne assorbirà sempre di più nei prossimi decenni. Nella riforma pensionistica confluiscono scelte di grande momento, come l’eliminazione delle pensioni di anzianità, lo sviluppo della pensione integrativa e l’equilibrio tra contribuzioni e diritti pensionistici. Migliorare la spesa significa anche snellire la burocrazia e incrementare la produttività dei dipendenti pubblici. Sono temi lasciati fuori dal confronto. Liberando risorse pubbliche da impieghi correnti si può affrontare meglio il confronto al tavolo sul Mezzogiorno. Ma l’attenzione verso le aree depresse non può concentrasi solo sul volume di finanziamenti che lo Stato o la Ue può mettere a disposizione per aiuti alle imprese e per infrastrutture. Per attrarre capitali al Sud si richiedono convincenti prospettive di redditività dell’investimento nel medio periodo; queste a loro volta sono funzione dell’efficienza con cui operano nella stessa area il sistema bancario, i mercati del capitale come del lavoro, e le burocrazie statale e regionale; e dipendono anche dalle condizioni di sicurezza. Anche questi aspetti sono lasciati al margine. Al tavolo sul sommerso si parlerà di quali mezzi impiegare per contrastarlo, specialmente di incentivi all’emersione e di sanzioni. Nondimeno, l’arma più efficace è offrire convenienze a emergere che non siano transitorie, ma persistano nel tempo. Simili convenienze nascono dal ridursi dei vincoli per tutta l’imprenditoria, dalla flessibilità dei mercati, dal minor onere della tassazione. In essenza, il successo di questo tavolo di discussione è in gran parte la risultante del successo degli altri, non ultimo quello sul mercato del lavoro. Analogamente, al tavolo sul lavoro le parti non possono contare su maggiori interventi del bilancio pubblico, se non decurtando ancor più severamente altre spese, visto il vincolo di ridurre la pressione fiscale. Alla fine, la via maestra che rimane per intervenire è far funzionare meglio i mercati e la burocrazia.

          Martedí 04 Giugno 2002