“Opinioni” Linea del Piave all’articolo 18 – di Sergio Romano

04/03/2002






Ormai è una bandiera, al Paese serve ben altro

LINEA DEL PIAVE ALL’ARTICOLO 18


di SERGIO ROMANO

      La norma dello Statuto dei lavoratori che disciplina i licenziamenti per «giusta causa» è diventata ormai, nel dibattito politico, uno spartiacque fra il bene e il male. Per la destra l’articolo 18 è un ostacolo al progresso e allo sviluppo economico del Paese. Per la sinistra, per il sindacato, e soprattutto per la Cgil, è una linea del Piave contro le pretese di coloro che vorrebbero travolgere i diritti dei lavoratori. Chiunque cerchi, da una parte o dall’altra, di proporre scambi di idee o soluzioni di compromesso, si scontra con l’ostilità e la diffidenza dei suoi interlocutori. Chiunque vincesse – i massimalisti di destra o quelli di sinistra – lascerebbe sul campo un «nemico» sconfitto, amareggiato e desideroso di rivalse. In un dibattito divenuto ormai teologico la prima vittima, generalmente, è la sostanza del problema di cui si discute. Tralasciamo per il momento l’art. 18 e parliamo piuttosto della questione che ci interessa. Occorre partire da una constatazione. L’euro non è, come qualcuno sembra credere o sperare, la moneta di un’Unione in cui tutti, dal mare del Nord al Mediterraneo, sono legati gli uni agli altri da solidi vincoli di solidarietà nazionale e sociale. E’ la moneta di un mercato unico in cui l’economia di ogni Paese deve obbedire a molte regole comuni (la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone e delle imprese), ma cercherà anzitutto di promuovere i propri interessi, utilizzare i vantaggi di cui dispone e conquistare nuovi mercati. L’euro, in questa prospettiva, è una occasione e una sfida. Grazie alla moneta unica la concorrenza sarà, per tutte le imprese dell’Unione, un esame permanente. Vinceranno in ultima analisi quelle a cui lo Stato assicurerà alcuni fondamentali vantaggi: una buona burocrazia, un buon sistema fiscale, un buon mercato del lavoro. Possiamo anche dimenticare l’art. 18, ma non possiamo dimenticare che il Paese non è più nelle condizioni economiche e sociali degli anni in cui Giacomo Brodolini scrisse lo Statuto dei lavoratori. Deve competere con i suoi partner, assorbire l’impatto delle nuove tecnologie, favorire la crescita delle piccole imprese, far emergere il «sommerso», accompagnare con buone regole la morte di qualche vecchio mestiere e la nascita di nuove professioni. E deve fare tutto questo con una cattiva burocrazia, un sistema fiscale esoso, un mercato del lavoro più rigido, mediamente, di quello degli altri membri dell’Unione. In queste condizioni corriamo il rischio di scivolare ai margini dell’Europa. I capitali andranno altrove, le imprese cercheranno un ambiente più amichevole, le innovazioni giungeranno da noi con maggiore ritardo e il nostro mercato diventerà terra di conquista per i nostri partner più aggressivi.
      Anziché accapigliarsi sul testo di un vecchio articolo, il governo e i sindacati dovrebbero piuttosto affrontare la sostanza del problema. Se lo faranno senza pregiudizi constateranno che la questione si suddivide in tre parti: flessibilità, ammortizzatori sociali e formazione permanente. Dopo avere avuto il massimo di rigidità con il minimo di ammortizzatori e formazione, occorrerà combinare questi tre fattori in modo da produrre un nuovo sistema, attento alle esigenze dell’impresa, ma sensibile a quelle dei lavoratori, vecchi e nuovi. E occorrerà farlo in un clima in cui tutti possano proporre e ascoltare.
      Non sarà facile, ma sarà assai meglio del metodo seguito sinora. Poi, quando avranno finito di lavorare, governo e sindacati potranno riaprire lo Statuto dei lavoratori alla pagina dell’art. 18 e verificarne l’attualità alla luce delle conclusioni a cui saranno giunti. Scopriranno a quel punto che non vale più la pena di litigare.


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