“Opinioni” L’addio alla concertazione rilancia la corsa dei salari – di P. Larizza

10/05/2002





L’addio alla concertazione rilancia la corsa dei salari
di Pietro Larizza*

Ancora una volta, in questi giorni, ministri in carica ritengono necessario ripetere che la concertazione è definitivamente accantonata. È del tutto evidente che ciascun Governo ha il pieno diritto di attuare la sua politica stabilendo rapporti con le parti sociali che ritiene più utili per i suoi scopi; questo diritto è però meno assoluto se raccordato ai problemi economici e finanziari che ciascuna scelta si porta dietro. Faccio notare, e non è un elemento marginale, che i tre accordi di concertazione dell’ultimo decennio sono stati negoziati con il Presidente del Consiglio e con il ministro del Tesoro: erano loro due i primi attori protagonisti; ed erano loro due a discutere e condurre il negoziato. Gli altri ministri erano sicuramente importanti per le loro materie, ma il cuore del problema, cioè la concertazione ed i parametri della politica dei redditi, riguardavano il capo del Governo e il ministro del Tesoro. Le ragioni di questa scelta erano semplici: in Italia non avevamo e non abbiamo materie prime; stavamo e restiamo seduti su una montagna smisurata di debito pubblico; c’erano e restano, anche se ridotti, gravosi interessi annui da pagare; dovevamo assolutamente ridurre l’inflazione e il costo del denaro; eravamo in corsa per entrare nel primo gruppo della moneta unica. Di conseguenza, la politica dei redditi, e la concertazione che la rendeva attuabile, erano i due pilastri di sostegno di una nuova politica economica e di bilancio. Anche ora che siamo entrati in Europa alcuni problemi di fondo gravano ancora pesantemente sulle prospettive finanziarie. La domanda che ci dobbiamo porre è quindi sempre la stessa: c’è ancora la necessità della politica dei redditi? I buontemponi della politica hanno tentato di dare una risposta comica: no alla concertazione, sì alla politica dei redditi. Che è come dire che la politica dei redditi dovrà diventare politica dei salari, con i sindacati nel ruolo di controllori. Nella realtà la revoca di quel modello renderà finalmente felici quelle minoranze sindacali, molto attive, che non hanno mai digerito gli accordi del 1992, 1993 e 1998, proprio perché essi confermavano il binomio inseparabile concertazione-politica dei redditi. C’è una sequenza logica che non può essere disaggregata: la concertazione è il modello che consente la politica dei redditi e quest’ultima, a sua volta, determina contratti, salari e stipendi nonché regolazione, o autoregolazione, di prezzi e tariffe. Conclusione: la revoca della concertazione si porta dietro automaticamente la politica contrattuale fin qui attuata dal sindacato. Si tornerà quindi ai tempi del salario legato ai rapporti di forza tra sindacato e imprese. Con il rischio, o forse la certezza, di incrementare i costi e di conseguenza i prezzi, con tutte le ricadute inflative che conosciamo. Forse pochi hanno notato tre fatti per me incomprensibili: il quasi silenzio del sindacato, che evidentemente sta metabolizzando la revoca della concertazione; il silenzio ancora più strano delle associazioni d’impresa, ed in particolare di Confindustria; l’atteggiamento silenzioso e quasi distaccato del ministro del Tesoro e cioe’ di colui che alla fine, più e prima di tutti gli altri, dovrà gestire le eventuali conseguenze inflative e di finanza pubblica. Naturalmente, può darsi che io mi sbagli e che in effetti loro abbiano ragione ed io torto con le mie preoccupazioni. Tuttavia, fino a prova contraria, ritengo che ci siano pochi margini di errore della mia analisi. In ragione di queste convinzioni, pur sperando di essere smentito, continuo quindi nelle mie critiche contro l’abbandono della concertazione: lo considero un errore strategico, soprattutto per questo Governo che vuole realizzare un imponente piano di investimenti nelle infrastrutture, riforme importanti sul mercato del lavoro e la riduzione fiscale. Avrei capito e condiviso una rivisitazione, peraltro necessaria, del modello concertativo per renderlo più efficace e produttivo per l’attuazione del programma di riforme del Governo; non riesco invece a capire la sua messa in mora. Forse è bene ricordare i vari anelli della catena: la politica salariale libera rompe il vincolo dell’inflazione programmata e sicuramente produce un aumento dei costi di produzione; i nuovi costi si scaricano sui prezzi; questi aumenti producono inflazione; questa incide sul costo del denaro che determina l’aumento degli interessi sul debito pubblico; ciò introdurrà nuove difficoltà per il rispetto del patto di stabilità e quindi effetti matematici sulla politica fiscale, e poi, e poi… E poi c’è un’ultima considerazione. Fino a ieri l’Italia è stato il paese d’Europa con i minori imprevisti contrattuali, ma già da oggi non è più così: nel senso che sono cambiate le prospettive contrattuali e ci saranno piattaforme diverse, o assai diverse, da quelle fin qui praticate. Nessuna persona di buonsenso può vedere con favore questo ritorno all’antico mentre siamo già nel futuro. E coloro che credono nell’Europa ed al nostro ruolo nel Continente, debbono temere più di altri questo potente freno a mano inserito nel nostro sistema produttivo.
*Presidente del Cnel

Venerdí 10 Maggio 2002