“Opinioni” La via dello sviluppo frenata da tre ostacoli – di Franco Debenedetti

11/04/2002





La via dello sviluppo frenata da tre ostacoli
di Franco Debenedetti

Come tutti gli anni, anche il convegno che si apre domani a Parma sarà l’occasione per gli industriali di confrontarsi con il mondo politico sui temi che interessano l’industria e il Paese. In (molti) Paesi avanzati come l’Italia è ormai acquisito che il compito delle imprese è essenzialmente quello di produrre ricchezza, e che questo fanno se la loro prima loyalty è verso gli shareholder. Compito della politica è invece individuare, e del l’amministrazione pubblica realizzare, le condizioni perché le imprese possano esprimere al massimo le proprie potenzialità, e perché i cittadini possano realizzare i loro individuali progetti in un orizzonte di equità, sicurezza, stabilità, e perché ad essi vengano assicurati i servizi che il mercato non fornisce. C’è da attendersi che a Parma verranno giustamente ricordate le promesse passate e indicate le nuove priorità: credo che le une e le altre possano essere utilmente proiettate sullo sfondo di considerazioni di carattere generale, avendo ben chiara questa complementarità dei due ruoli distinti, quello degli industriali e quello del Governo. L’articolo 18. Una prima considerazione riguarda la vicenda che si è sviluppata a partire dall’articolo 18. Credo che tutti pensino che si è passato il segno, e che oggi le conseguenze cui si rischia di andare incontro sono sproporzionate rispetto all’obbiettivo. Un obbiettivo che continuo a ritenere giusto oggi, come lo consideravo giusto cinque anni fa, presentando, alle Stelline a Milano, in presenza di Pietro Marzotto e Sergio D’Antoni, il mio progetto di legge. Non è andata come in molti volevamo: Confindustria, che ha avuto il merito di far mettere questo tema nell’agenda del Governo, deve riconoscere che lo sfruttamento politico che ne è stato fatto ha finito per snaturarne il significato originario. Non ha senso che sull’articolo 18 si giochino future leadership politiche; non ha senso che della questione cruciale degli ammortizzatori sociali conti solo la cifra delle risorse impiegate, il prezzo da pagare per il consenso della controparte. Non ha senso che, per giustificare il rifiuto di pur minime deroghe all’obbligo dei reintegro, si costruisca l’immagine grottesca di imprenditori-capitalisti, in attesa dell’occasione per lasciarsi andare a discriminazioni e soprusi. Ci sono sul tavolo alcune proposte: una, molto ragionevole, è stata avanzata da Pietro Ichino sul «Corriere della sera» del 25 marzo. Lascia ancora nelle mani del giudice la decisione sul merito, e quindi salvaguarda il principio dell’intangibilità del "diritto". La Cgil, che di questo ha fatto la sua bandiera, entrerebbe in una contraddizione logica se da un lato si fidasse solo dei giudici per la difesa dei "diritti", dall’altro ne diffidasse, vedendo un pericolo nel semplice ampliamento delle soluzioni che le legge mette a loro disposizione. Ma la proposta Ichino salva, anzi realizza in modo più generale, il principio di introdurre principi che aumentino la flessibilità, cioè il vero obbiettivo dell’iniziativa del Governo; e consente di aprire il capitolo degli ammortizzatori sociali non sotto questa pressione. La finanza pubblica. Il secondo tema di riflessione riguarda lo stato della finanza pubblica. A un anno di distanza, interessa poco che non ci si intenda sulle dimensioni del famoso "buco" passato; interessa che il Governo dica chiaramente che cosa ha in mente per il futuro. Così non è. All’interno del Governo si danno della locuzione "manovra correttiva" interpretazioni contrapposte: per alcuni ministri è accordo per aumentare le spese, per altri, diciamo pure per il solo Tesoro, è impegno a contenerle. Un solo esempio: la spesa sanitaria. L’invecchiamento della popolazione e i progressi della scienza tendono a farla aumentare, l’autonomia delle regioni tende a non contenerla: che cosa vuole fare il Governo? Il programma di questo Governo si fonda sul presupposto che, creando un ambiente più favorevole all’iniziativa privata, si produca un ciclo espansivo. Non è solo per circostanze esterne (il terrorismo, l’aumento del prezzo del petrolio) che la ripresa è meno vigorosa di quanto sperato. Le "geniali" invenzioni di Tremonti, sono per buona parte la cartolarizzazione di tutto quanto è cartolarizzabile; ma le anticipazioni dei ricavi di operazioni che solo in tempi futuri si concluderanno davvero nel mercato hanno un limite, non foss’altro che nell’essere non reiterabili. Carlo Azeglio Ciampi ci ha spiegato più volte come sia stato il restringersi del differenziale dei tassi di interesse a consentire ai Governi dell’Ulivo il risanamento delle finanze pubbliche: oggi questi differenziali non ci sono più. L’azzeramento del deficit di bilancio, previsto per il 2003, ben difficilmente si realizzerà entro quella data, più realistico è parlare del 2005. La nostra anomalia, tra i grandi Paesi dell’euro, è l’enorme debito pubblico: il Paese non può crescere se non si elimina il rischio di instabilità finanziaria che ne deriva. Gli industriali hanno fatto la loro parte dello sforzo del Paese per entrare nell’euro coi primi, hanno pagato il prezzo del rigore di bilancio: hanno diritto ad avere un piano realistico e credibile sulla linea che il Governo si impegna a tenere su questo punto essenziale. La linea del Governo tutto, non quella del ministro del Tesoro. Il fisco. La terza riflessione riguarda il fisco. Il Governo ha presentato il suo piano di riforma che prevede una riduzione variamente quantificata tra i 40 e i 50 miliardi di € da diverse fonti, e per le imposte personali due sole aliquote, del 22% e del 33 per cento. Un piano che si dovrà di necessità realizzare per gradi, e che, nella migliore delle ipotesi, si proietterà da questa sulla prossima legislatura. Ciò porrà il Governo nella condizione di dover scegliere a quali parti del programma dare priorità. E agli industriali, dovendo accettare la via del gradualismo invece che un’improbabile riforma in un colpo solo, quali tagli conviene che siano fatti prima, quelli che accrescono le risorse a disposizione delle imprese, o quelli che aumentano il reddito disponibile per i consumi dei cittadini? L’Italia ha in passato privilegiato un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni piuttosto che uno fondato sulla crescita del mercato interno. Un modello che ha avuto grande merito nel portarci al livello di oggi, ma a cui si devono i cicli "crescita-inflazione-stretta monetaria" che hanno caratterizzato la nostra storia recente. Con l’euro questo meccanismo non è più possibile; e poi, con la riduzione della quota di reddito prodotto dalle imprese manifatturiere e l’aumento di quella dei servizi, c’è da chiedersi se non sia venuto il momento di darsi un obbiettivo di crescita del mercato interno trainato da un maggior reddito disponibile ai consumatori; un obbiettivo in cui tra l’altro si troverebbero impegnate fianco a fianco sia Confindustria che Confcommercio. So bene che in Italia il gettito delle imposte sulle imprese pesa per il 4,1% del Pil, rispetto al 2,8 della media della Ue, all’1,6 della Germania, al 2,4 della Francia. Ma una simile disponibilità espressa proprio da Confindustria non costituirebbe un grande segnale a sgombrare molte delle nubi che gravano sul confronto tra le parti sociali e politiche? Non sarebbe un vantaggio anche per le imprese, un traino maggiore dai consumi? Naturalmente a questa scelta deve accompagnarsi a una politica che aumenti la concorrenza nel mercato interno. Non solo ripresa del processo di privatizzazioni e liberalizzazioni, ma certezza del diritto, più trasparenza e più meritocrazia in tutti i settori, del mondo pubblico e di quello privato. Maggiore concorrenza non solo per il vantaggio dei consumatori, non solo per eliminare le inefficienze che si producono inevitabilmente quando le posizioni dominanti non vengono continuamente sfidate. Concorrenza per dare a tutti gli imprenditori la possibilità di emergere e di crescere: perché è questo il loro scomodo interesse.
*www.francodebenedetti.it

Giovedí 11 Aprile 2002