“Opinioni” La verità che non si dice sugli interessi in gioco – di Giuliano Cazzola

11/03/2002





LA VERITÀ CHE NON SI DICE
di Giuliano Cazzola
Nella battaglia navale tra i sindacati e Berlusconi l’incrociatore della flotta governativa (la revisione dell’articolo 18 dello Statuto del 1970) è in attesa dell’ultimo colpo: quello che lo farà colare a picco. Poi, la potenza di fuoco di Cgil, Cisl e Uil si scaricherà tutta sulla corazzata (la delega sulle pensioni), senza nemmeno aspettare che essa prenda il mare, liberandosi dalle secche in cui è incagliata fin dal suo varo.
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La verità che non si dice sugli interessi in gioco
Giuliano Cazzola
In verità, il provvedimento è parecchio malandato (non a caso all’Economia stanno valutando come trovare un’effettiva copertura finanziaria), di certo carente per quanto riguarda il riordino della previdenza obbligatoria e soprattutto la questione centrale di ogni intervento nel settore pensionistico: l’adeguamento dell’età pensionabile ai nuovi scenari demografici e occupazionali. Ma le bordate delle confederazioni sindacali non si concentreranno affatto sullo scarso rigore della riforma. Il loro obiettivo è quello di far saltare l’unico aspetto di carattere strutturale del progetto: l’asse tra smobilizzo "obbligatorio" del Tfr e parziale decontribuzione, allo scopo non già di ridurre – come affermano – la copertura pensionistica ai danni delle future generazioni, ma di spostarne gli equilibri a favore dei fondi pensione (in altre parole, di affidare un ruolo più consistente all’impiego di risorse reali sui mercati). Purtroppo, l’opinione pubblica non ha ben chiara la situazione della previdenza obbligatoria. Eppure, da più parti – ormai con frequenza quotidiana – vengono rivolti al nostro Paese pressanti inviti a rendere sostenibile un sistema che non lo è ancora, nonostante i significativi interventi adottati nel decennio scorso. Da noi, purtroppo, sono prevalenti, nella politica e nel sindacato, quelle forze sociali che mirano a mantenere lo status quo, senza farsi scrupolo di scomodare, a sproposito, parole sacre (e degne di miglior causa) come la difesa dei diritti, anche quando si tratta, in verità, dell’arroccamento oltranzista intorno ad un grumo di interessi precostituiti. La versione ufficiale è sempre la solita: le cose andranno a posto da sé; a metà del secolo – smaltita la bolla demografica – la spesa pensionistica tornerà entro parametri compatibili. Magari, se del caso, basterà appiccicare l’etichetta dell’assistenza (con tanto di maggiori trasferimenti statali appresso) su qualche voce di spesa, per restituire smalto e brio alla previdenza. Eppure, un’occhiata al lavoro della Commissione Brambilla ci farebbe comprendere che – per stare tranquilli – non è sufficiente misurare l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, se si allarga eccessivamente la forbice tra entrate e uscite e, quindi, se il deficit è destinato a crescere. Succede, infatti, che, sul versante dei trattamenti, il sistema pensionistico dia il meglio di sé (per una perversa sinergia tra norme generose e condizioni lavorative irripetibili) proprio nel momento in cui la platea dei contribuenti (in un contesto a ripartizione) subisce le imponenti trasformazioni dell’economia e del mercato del lavoro. Nel 1980, l’ammontare delle entrate contributive garantiva, per oltre il 90%, il flusso delle prestazioni. Alla fine del decennio 90, tale percentuale è scesa al di sotto del 75 per cento. Tra l’altro, sono proprio le regioni settentrionali, che tuttora vantano una condizione di pieno impiego, a marcare gli scostamenti più preoccupanti. Del resto, in aggiunta al ruolo determinante che ha avuto nell’accumulo del debito pubblico, la questione-pensioni condiziona negativamente la dinamica dell’occupazione. Secondo gli obiettivi Ue, l’Italia è impegnata a raggiungere, nel 2005, un tasso di occupazione del 57% per le donne e del 67% per gli uomini. Ma non basta: entro il 2010 la quota di impiego delle persone comprese tra i 55 e i 64 anni dovrebbe salire di ben 22 punti (dall’attuale 28% al 50% delle classi interessate). Ecco perché il sistema pensionistico – con il suo peso sul costo del lavoro e con il perdurante incoraggiamento all’esodo anticipato – è il vero nemico di ogni solida prospettiva di sviluppo.

Lunedí 11 Marzo 2002