“Opinioni” La vera flessibilità senza guerre di religione – di Carlo De Benedetti

23/05/2002

23 maggio 2002

Oggi l´assemblea Confindustria
La vera flessibilità senza guerre di religione
Abbiamo bisogno di riforme, non del muro contro muro sui licenziamenti

CARLO DE BENEDETTI

ALL´APICE del suo splendore, circa trent´anni fa, l´ufficio del personale della At&t a Morristown, nel New Jersey, era un vero e proprio potere dietro le quinte. Attraverso la pianificazione delle carriere lì sapevano che un tale ventisettenne sarebbe stato a 45 anni assistant operating manager e nulla di più. Non sapevano se in Florida o nel Nebraska. Ma il percorso della sua carriera era segnato fino alla pensione. Oggi non solo quell´ufficio non esiste più, ma chiunque inizi a lavorare in una compagnia telefonica americana sa al massimo cosa gli succederà il giorno dopo: nel giro di un anno potrebbe fare tutt´altro o potrebbe magari ritrovarsi tra i proprietari di quella compagnia.
Piaccia o no è così che l´economia degli Stati Uniti nel corso degli anni 90 ha battuto ogni record di crescita: dimostrando una straordinaria capacità di trasformare un sistema industriale di tipo fordista nell´economia più flessibile del mondo. E oggi, dopo uno stop di due anni, è ancora una volta dagli Usa che arrivano i segnali della ripresa. Tanti anni fa lo dissi nel mio discorso di esordio da presidente degli industriali piemontesi. Nel lontano ´75. L´ufficio del personale dell´At&t era ancora lì. Ma chi veniva da più avanzate esperienze d´oltreoceano già capiva che il sistema industriale europeo non avrebbe retto alla competizione mondiale portandosi dietro tutte le rigidità dei modelli organizzativi del passato. Lo sostenni con chiarezza: per stare sul mercato bisognava diventare più flessibili.In molte parti d´Europa il decennio successivo fu il decennio delle grandi riforme: dal mercato del lavoro al Welfare. Purtroppo non in Italia. E´ per questo che mi sono sentito a disagio. Perché una sterile offensiva ideologica sull´articolo 18 ha trasformato quella che doveva essere una battaglia per la modernizzazione del paese in una parola che si fa fatica, quasi ci si vergogna, a pronunciare. Perché la volontà di spaccare e sfiancare il sindacato – che per il suo conservatorismo ha le proprie responsabilità – ha trasformato la necessaria riforma del mercato del lavoro in una odiosa bandiera tutta politica.
Perciò ritengo che possa essere utile, a distanza di trent´anni da quel mio intervento, provare a riportare il dibattito su un binario diverso, fatto di riflessione e privo di esasperazioni ideologiche. Non da oggi il mondo della produzione è cambiato. Il taylorismo, la fabbrica dove tanti Charlot ripetevano gesti sempre uguali, appartiene ormai al passato. Per la soddisfazione degli Charlot, prima che di ogni altro. Donne e uomini hanno potuto dire addio a impieghi alienanti e scoprire una nuova soggettività del lavoro, dove ci sono meno certezze, ma dove conoscenza e intelligenza sono i cardini della propria libertà.
La globalizzazione dei mercati e la società della conoscenza hanno imposto un´organizzazione della produzione più fluida. Tutte le economie occidentali hanno dovuto ristrutturarsi. E chi non lo ha ancora fatto paga in termini di alti tassi di disoccupazione e bassa crescita. Per reggere la competizione internazionale e creare occupazione, dunque, l´Italia deve completare le riforme, a fatica avviate dai governi di centro-sinistra, per passare a un sistema più libero, più flessibile, più moderno. Questo significa dover cancellare l´articolo 18? Sarebbe miope pensarlo.
Significa, in realtà, molte altre cose. Significa, innanzi tutto, uno sforzo straordinario sul fronte della formazione. Perché solo chi conosce è flessibile: alti livelli di preparazione permettono di adattarsi alle mutevoli esigenze lavorative, aprono la strada a carriere articolate, aumentano la disponibilità al cambiamento. Forse non tutti arriveranno, come è stato detto, a licenziare il proprio datore di lavoro, ma sicuramente non ci può essere flessibilità senza lavoratori con livelli di istruzione più elevati. L´istruzione è un modo per diventare "fungibili", produttivi in mansioni diverse.
Flessibilità non significa rinunciare alla protezione sociale. Al contrario, flessibilità significa proprio creare un sistema di ammortizzatori sociali universale e moderno. Che renda meno drammatica la perdita del lavoro e consenta al disoccupato di dedicarsi alla ricerca di un nuovo impiego senza dover vendere la propria macchina, cambiare abitazione e (soprav)vivere di espedienti. Una recentissima indagine condotta da Demoskopea (vedi www.frdb.org per maggiori informazioni) ha dimostrato che gli italiani non sarebbero contrari a rendere i licenziamenti meno costosi per le imprese se potessero contare su un adeguato sistema di sostegno al reddito dei disoccupati. Perciò se si vuole garantire maggiore libertà alle imprese nell´assumere e nel licenziare bisogna ampliare il grado di copertura delle assicurazioni contro la perdita del lavoro.
Questa protezione sociale nel mercato non significa assistenzialismo, spreco di denaro pubblico. Esperienze come il Welfare-to-work anglosassone o svedese ci dicono che è possibile stabilire uno scambio di obblighi e responsabilità fra disoccupati e amministrazione pubblica, uno scambio in cui lo stato fornisce aiuto di qualità nella ricerca di un impiego e i beneficiari si impegnano alla ricerca attiva di un lavoro. Oggi i giovani lavoratori vogliono difendersi da soli, con i propri talenti e la propria intelligenza. Va però data loro l´opportunità di farlo. Ecco allora la formazione continua, gli incentivi alla mobilità territoriale, i servizi per le mamme che lavorano, l´informatizzazione e così via.
Flessibilità significa, e in questo tutti noi imprenditori possiamo fare uno sforzo maggiore, capacità dell´impresa di cambiare la propria organizzazione. La new economy, al di là dei miti, negli Stati Uniti ha significato soprattutto un nuovo modello di impresa. Meno gerarchie interne, più spazio all´innovazione, esternalizzazione delle funzioni non essenziali, spazio ai giovani nelle posizioni di leadership: se noi imprenditori non percorreremo con maggiore decisione queste strade l´appello alla flessibilità non avrà senso.
Tutto questo è flessibilità. Perciò da trent´anni io parlo in favore di riforme che rendano l´economia italiana più flessibile. Ma per questa stessa ragione, oggi giudico doppiamente colpevole chi ha trasformato il confronto sulla flessibilità in una guerra sui licenziamenti e ha spinto il governo a un muro contro muro con i sindacati che l´economia italiana in questa fase proprio non può permettersi. Mentre il governo si occupa dell´articolo 18, infatti, le riforme, quelle vere, non si fanno. E, intanto, le imprese pagano prezzi pesanti in termini di conflittualità sociale, incertezza e tasse più alte. Sì, tasse più alte perché ridurre il prelievo fiscale sarà una chimera fin quando non si riuscirà a contenere la spesa pubblica e sull´altare dell´art.18 si sono sacrificati forti e persistenti aumenti della spesa pubblica per il contratto dei dipendenti pubblici. Al tempo stesso, la riforma della previdenza si annuncia come un boomerang per i suoi effetti sui conti dell´Inps, mentre i provvedimenti sul sommerso che dovevano finanziare la riduzione delle tasse scontano un insuccesso clamoroso.
E tutto questo mentre, nella logica del governo amico, si sono messe in secondo piano battaglie fondamentali per gli industriali, come quella contro le restrizioni ai flussi migratori, che vanno decisamente contro gli interessi degli imprenditori delle regioni a piena occupazione del Nord-est.
Sono argomentazioni che ho sviluppato recentemente nella Giunta di Confindustria. E mi auguro davvero che la Confederazione possa a partire da oggi ritrovare quella lungimiranza che in questi mesi le è mancata, riscoprire il valore democratico della concertazione con i sindacati, distinguere tra l´esigenza – giusta – di flessibilità e lo scontro – sbagliato – sull´articolo 18. In poche parole, spero che Confindustria torni a fare, davvero, gli interessi delle imprese italiane e, quindi, dell´intero Paese.