“Opinioni” La forza del merito – di Michele Tiraboschi

03/07/2002

3 luglio 2002

La forza del merito

di Michele Tiraboschi

Gli osservatori più equilibrati, e quanti hanno davvero a cuore il futuro del Paese, sottolineano l’importanza di abbassare i toni della polemica e tornare al più presto al merito del confronto sulla riforma del mercato del lavoro. L’invito ad affrontare la sostanza del problema è stato manifestato in queste ore, oltre che da esponenti del Governo e opposizione, anche da giuristi vicini alla Cgil (si legga l’incipit dell’articolo di Roccella su «l’Unità» di ieri).
Non pare tuttavia ancora una vera apertura al dialogo.
Non solo, e non tanto, perché la Cgil non sottoscriverà l’accordo, che si sta perfezionando in queste ore, tra Governo e parti sociali.
Vero è, piuttosto, che l’invito al confronto si rivela, una volta ancora, un mero artificio retorico, più o meno abilmente impiegato da chi pare davvero disinteressato a misurarsi con le ragioni della controparte.
Lo si percepisce dal tono degli interventi, densi non solo di forzature interpretative sul senso delle proposte in discussione, ma anche di attacchi personali a quanti esprimono idee e argomentazioni aprioristicamente non condivise.
Eppure, dovrebbe essere oramai chiaro (solo se si avesse davvero il coraggio di trarre una lezione dal polverone agitato attorno al nome del professor Marco Biagi) che la
personalizzazione del confronto non giova a nessuno e, anzi, innesca una spirale perversa che fa perdere a tutti il senso della misura e della decenza.
Ancora una volta il nodo del contendere è rappresentato dalle proposte di riforma che toccano l’articolo 18. Molti autorevoli giuslavoristi, proprio sulle colonne del Sole-24 Ore, hanno espresso nei giorni scorsi opinioni variegate — ma pur sempre equilibrate —in merito alla legittimità costituzionale della disposizione che prevede il «non computo, nel numero dei dipendenti occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche a tempo parziale, o con contratto di formazione e lavoro» ai fini della determinazione del campo
di applicazione dell’articolo 18.
A questo proposito, credo sia opportuno aggiungere qualche ulteriore argomentazione, a sostegno della legittimità costituzionale della misura in questione, sperando
di non incorrere nella severa censura (paventata da Roccella nel suo articolo di ieri) di citare a sproposito qualche sentenza della Consulta.
Secondo una giurisprudenza costante della Corte costituzionale, l’articolo 18 non è una norma a contenuto costituzionale vincolato ma, più semplicemente, manifestazione di un indirizzo di garanzia del diritto al lavoro, la cui attuazione compete alla piena discrezionalità del legislatore, non solo quanto alla scelta dei tempi, ma anche dei modi d’attuazione
(sentenze nn.194/1970, n. 129/1976, n.189/1980 e 36/2000). Nulla vieta, dunque, al legislatore ordinario di perseguire il diritto fondamentale al lavoro di cui all’articolo 4 della Costituzione anche attraverso misure alternative, eventualmente più attente ai diritti di chi non ha un lavoro o comunque è imbrigliato nelle trappole del lavoro nero e irregolare.
Questo soprattutto laddove si tratti di provvedimenti a carattere sperimentale, empiricamente verificabili e di durata limitata nel tempo. Esiste certamente un vincolo costituzionale posto dalla necessità di evitare che, attraverso queste misure, si realizzino ingiustificate discriminazioni tra persone che lavorano in imprese con pari numero di addetti.
Ma anche in questo caso già oggi esistono, a tutela di interessi ritenuti meritevoli, situazioni alquanto differenziate tra imprese di analoghe dimensioni in ragione del non computo di determinate categorie di lavoratori: apprendisti, lavoratori interinali, lsu, lavoratori
assunti con contratto di reinserimento, ecc.
Non si tratta, giova precisare, di una mera petizione di principio, che confermerebbe la pretestuosità della deroga all’articolo 18 ipotizzata da Governo e parti sociali.
Sul punto è infatti intervenuta la Corte Costituzionale che, con riferimento al non computo degli apprendisti, ha espressamente dichiarato la legittimità di trattamenti
differenziati tra imprese di analoghe dimensioni se giustificati dal perseguimento di obiettivi di rilevanza costituzionale (nel caso di specie la tutela della occupazione giovanile) e di durata limitata nel tempo. E che dire poi delle disparità di trattamento, previste nelle norme di incentivazione economica, a favore delle imprese che creano occupazione aggiuntiva. Dobbiamo considerare anche queste norme incostituzionali? Anche in questo caso la Corte Costituzionale lo nega espressamente (sentenza n.12/1987).
Analogo discorso può ora essere sviluppato in relazione ai rapporti tra insider e outsider, in quanto la non computabilità si giustifica in ragione dell’obiettivo di creare, attraverso il sostegno alla crescita dimensionale delle imprese, occupazione aggiuntiva.
In questi termini, e secondo le finalità dichiarate nella misura, la prospettata riforma dell’articolo 18 potrà magari rivelarsi inutile, o persino controproducente, ma non potrà certo essere ricondotta, come pure si sta cercando di sostenere, a un disegno riformatore eversivo rispetto ai principi della Carta Costituzionale.