“Opinioni” Immigrazione illegale e i domestici usa e getta – di Beppe Severgnini

17/01/2002

Italians di Beppe Severgnini





Immigrazione illegale e i domestici usa-e-getta
      T re settimane fa, proprio qui, si parlava dell’ipocrisia che circonda il trattamento degli immigrati. Quel pezzo ha suscitato reazioni stizzite. Benissimo: proseguiamo. La stizza, infatti, è meglio dell’indifferenza. Ed è il primo passo verso la consapevolezza, che è una parola lunga e fuori moda. Ma vuol dire: chi vuol vivere con la testa dentro un sacco? La situazione, la conoscete. In Italia vivono centinaia di migliaia di immigrati irregolari, clandestini, persone senza permesso di soggiorno. Chiamateli come volete: il concetto è chiaro. Il numero, no. Stime caritatevoli, credo, attenuano il fenomeno.
      La grandissima maggioranza non fa nulla di male, anzi fa parecchio bene. Provate a entrare in un bar di Milano, in una di queste mattine di sole malato, e troverete coppie formate da un anziano e da un accompagnatore. Il primo italiano, il secondo rigorosamente straniero. Al pomeriggio compaiono le baby-sitter coi bambini (quelle straniere, questi italiani). La sera, nei ristoranti, in sala ci siamo noi; ma in cucina ci stanno loro. I cani di Milano, tra non molto, abbaieranno sospettosi davanti a una faccia bianca. Chi li porta a spasso, li cura e li nutre è spesso uno straniero venuto da lontano. Osservavo una di queste combinazioni, ieri in viale Majno. Il boxer, quieto, scrutava con filosofico sospetto l’erbetta che cresce tra le carreggiate. La ragazza che lo teneva al guinzaglio – sudamericana, dall’aspetto – aveva la faccia triste di una santa minore.
      Questi immigrati non spaventano, non sfruttano, non rubano. Questi immigrati hanno bisogno di noi come noi abbiamo bisogno di loro. Certo, avrebbero dovuto entrare in Italia legalmente, ma la serena incoscienza di tanti governi (che mascheravano la propria pigrizia invocando l’inevitabilità del fenomeno) ha permesso che le cose andassero diversamente. Ora, comunque, quella gente è qui. Che facciamo?
      A l momento, se ho capito bene, s’è deciso di far finta di niente. Il governo nega di voler intervenire con una sanatoria, e questa malinconica sottoclasse continua ad accudire i nostri vecchi, ad assistere i nostri malati, a cucinare i nostri pasti, a portare a spasso i nostri cani. Senza diritti, senza tutela e senza assistenza. A Milano come a Roma, a Napoli come a Torino. C’è chi non ne approfitta, e paga stipendi onesti, assicurando condizioni di vita dignitose (in molti casi, buone); spesso vorrebbe regolarizzare il dipendente, ma non può. C’è però anche chi richiede un clandestino per poterlo pagare meno, trattare come gli pare, cacciare quando vuole, riprendere se gli conviene.
      Chi si comporta così? Gente di tutte le classi, di qualsiasi reddito e di ogni opinione politica. Giorni fa il capo di una grande azienda italiana – sapreste chi è, se scrivessi il nome – mi raccontava d’aver avuto una furibonda discussione a cena. Alcuni dei presenti – gente che è rimasta milionaria in euro, per intenderci – si gloriavano di risparmi meschini, si vantavano di impiegare domestici usa-e-getta. La persona che mi ha raccontato l’episodio non ci ha visto più: «Vergognatevi», ha detto. Ora, sostiene, dovrà andare a cena da un’altra parte.
      S ia chiaro. Queste cose accadono anche altrove. L’ipocrisia che circonda il mercato dell’immigrazione è uno dei tratti meno lusinghieri della società occidentale (che un illuso come me continua a considerare buona, e migliorabile). Prendiamo l’America. Se i messicani illegali venissero espulsi tutti insieme, la California si fermerebbe. Bisogna aggiungere, per onestà, che la classe dirigente americana sembra farsi qualche scrupolo in più. Ci sono ministri che si sono dimessi, per aver impiegato un clandestino (come vorrei leggere un’inchiesta sul personale domestico dei nostri parlamentari). E poi diciamolo: se l’America sbaglia, che bisogno abbiamo di sbagliare con lei?
      Precisazione finale. Questa rubrica non è un corso di educazione civica. Non sono sicuro di essere granché, come «civis»; figuriamoci come educatore. Ma credo che dire al pane al pane, e vergogna alla vergogna, sia sempre un esercizio salutare.

      www.corriere.it/ severgnini



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