“Opinioni” Il vero nodo è finanziario – di Tito Boeri

14/05/2002





Il vero nodo è finanziario
di Tito Boeri

Non rinviare mai a domani quello che puoi fare dopodomani. Il negoziato sulle riforme del mercato del lavoro richiama il paradosso di Oscar Wilde. A un anno dall’insediamento del nuovo Governo e a un mese dallo sciopero generale, si procede di rinvio in rinvio. Mancano due informazioni fondamentali per riaprire la trattativa: le risorse disponibili per gli interventi sugli ammortizzatori sociali e la soglia di esenzione totale dal pagamento dell’Irpef nella nuova imposta sul reddito. Fino a quando questi due dati non verranno messi sul tavolo impossibile discutere in modo serio di flessibilità, ammortizzatori sociali per i lavoratori over 55 e assistenza ai disoccupati di lungo periodo. La decisione della Commissione Lavoro del Senato di accantonare la discussione degli articoli della legge delega su incentivi all’occupazione, art.18 e arbitrato ne è la conferma. E sapere l’ampiezza della no-tax area e le intenzioni del Governo sul reddito minimo di inserimento è indispensabile per disegnare i nuovi ammortizzatori sociali: dal grado di progressività della tassazione, dipendono le funzioni distributive che si dovranno assegnare ai sussidi di disoccupazione. Perché allora il Governo non mette queste carte sul tavolo? Il fatto è che ci si muove su spazi molto ristretti sia sul piano politico sia su quello dei conti pubblici e l’Esecutivo non sembra avere ancora trovato il bandolo della matassa. In questi frangenti può risultare utile sfoltire le opzioni al vaglio, escludendo a priori i percorsi sbagliati. Meglio mettere in guardia, allora, contro due illusori varchi che sembrano profilarsi all’orizzonte: il primo attiene alla politica delle riforme, il secondo ai loro costi. Via d’uscita politica. Il Governo sembra orientato a disinnescare la bomba art.18 riducendo ulteriormente la portata delle deroghe. Già lo ha fatto in questi mesi, confinando gli interventi prima al solo Sud, poi a chi ha già un contratto a tempo determinato. Potrebbe ora ulteriormente circoscrivere le deroghe, limitandole ai soli lavoratori ex-sommersi del Sud. Dato che questi sono una rarità (solo 400 lavoratori sui 900mila preventivati dal pacchetto dei 100 giorni sono emersi), la norma avrebbe presumibilmente effetti trascurabili. Ma non per questo incontrerebbe meno opposizione sociale. Un’indagine condotta da Demoskopea per la Fondazione Rodolfo Debenedetti ce lo conferma: tre italiani su quattro si oppongono a riforme dell’art.18 che non contemplino contemporaneamente una riforma degli ammortizzatori sociali. Chi si oppone lo fa anche quando non è direttamente coinvolto dalle misure prospettate. Quando la riforma proposta riguarda solo i nuovi assunti anziché tutti, la percentuale di operai generici o di impiegati contrari alle deroghe all’articolo 18 diminuisce, ma non abbastanza da cambiare la maggioranza; l’opposizione fra gli insegnanti addirittura aumenta. Non necessariamente per solidarietà: vi è chi teme la competizione dei lavoratori con contratti più flessibili. Si hanno, invece, maggioranze a favore delle riforme quando si garantisce a tutti coloro che perdono un posto di lavoro sussidi di disoccupazione e aiuto nella ricerca di un impiego. Per avere più flessibilità ci vuole un maggiore impegno dello Stato nel proteggere contro il rischio di disoccupazione. Via d’uscita finanziaria. È più che giusto, meglio doveroso, che il Governo cerchi di ottenere risparmi nella riforma degli ammortizzatori sociali. Ma le cifre di cui si parla (700 milioni di euro) sono talmente esigue da far pensare che si stiano prendendo seriamente in considerazione scenari del tutto irrealistici. Un documento governativo sul welfare-to-work, mai reso pubblico, propone di introdurre un sistema di mutue responsabilità fra servizi pubblici dell’impiego e il disoccupato, con l’intento di ridurre la spesa e migliorarne l’efficacia. Nobile proposito. Ma perchè il welfare-to-work funzioni ci vogliono due condizioni "non datur" nel nostro Paese. La prima è che ci sia, per l’appunto, il welfare. La seconda è che ci sia un’amministrazione in grado di sanzionare coloro che non collaborano nella ricerca di un impiego. Oggi nelle regioni dove risiede l’80% dei nostri disoccupati, tre Servizi pubblici dell’impiego su quattro hanno sedi inadeguate, il personale è ancora al 90% di provenienza ministeriale, la dotazione di pc è insufficiente e, soprattutto, mancano i collegamenti in rete e l’accesso a Internet è limitato a solo il 50% dei centri! Senza un’amministrazione efficiente lo scambio di diritti e doveri su cui si regge il welfare-to-work non può funzionare e non verrebbe socialmente accettato. Se ne sta accorgendo in questi giorni il Governo spagnolo che ha proposto una riforma di questo tenore senza aver prima riformato il proprio dissestato (ma non quanto il nostro!) servizio pubblico dell’impiego. Per risparmiare non serve neanche limitare l’aumento dei sussidi ai settori in cui c’è meno volatilità dell’occupazione: riproporrebbe le iniquità e inefficienze del sistema attuale e stimolerebbe una mobilità artificiale fra settori dei lavoratori, nel tentativo di accedere a trattamenti più generosi. Anche rendere più difficile per i lavoratori con brevi carriere lavorative alle spalle l’accesso ai sussidi – ad esempio inasprendo le condizioni di accesso ai sussidi ordinari con "requisiti ridotti" – può disincentivare i lavoratori con esperienze di impiego discontinue dal versamento dei contributi sociali. Può anche scoraggiare l’emersione del sommerso rafforzando l’accordo tacito fra datore e lavoratore nel non pagare i contributi per prestazioni di lavoro di breve durata. Infine, sbagliato pensare che l’estensione di contributi e sussidi ai parasubordinati possa migliorare i saldi, come nel caso della previdenza pubblica. I rischi di abuso sono, infatti, molto elevati per queste categorie di lavoratori a metà tra il lavoro autonomo e quello subordinato, soprattutto in presenza di amministrazioni deboli come le nostre. I veri risparmi vanno cercati allargando la base contributiva, rimpiazzando coi nuovi ammortizzatori gli schemi selettivi attualmente esistenti e inasprendo i controlli sulla gestione dei lavoratori agricoli. Ma, anche quando il Governo facesse tutto questo, non potrà mai pensare di spendere solo 700 milioni di euro per riformare gli ammortizzatori sociali, a meno che si tratti di una riforma tutta sulla carta.

Martedí 14 Maggio 2002