“Opinioni” Il sindacato difende vecchi modelli – di Massimo Lo Cicero

28/02/2002





Il sindacato difende vecchi modelli
di Massimo Lo Cicero
Le imprese italiane possono adattare le proprie dimensioni a quelle del mercato di riferimento? Possono crescere in vista dell’allargamento duraturo della domanda che deriva dall’adozione della moneta unica in Europa? Possono espandere e contrarre il proprio organico adattandolo alle onde della congiuntura che modificano il profilo della tendenza di struttura? Sarebbe stupido e falso dire che le imprese non possano farlo in assoluto. Ma si deve riconoscere che, per realizzare queste trasformazioni, si paga lo scotto di una regolazione assai rigida del mercato e di una pesante intermediazione dei pubblici poteri nel processo di negoziazione, che non si limita al confronto tra le rispettive organizzazioni sindacali. Questo duplice scotto impone al ritmo della trasformazione pesanti costi di transazione. Oneri che hanno una duplice caratteristica. Essi presentano uno zoccolo duro di costi fissi, indipendente dalle dimensioni della variazione occupazionale da realizzare. In aggiunta queste procedure rendono abbastanza irreversibile nel medio periodo il processo di espansione. Ne derivano due conseguenze. Le modificazioni strutturali sono relativamente più facili per la grande impresa di stampo fordista. Tutta fondata sulla scala della produzione e la elevata dimensione del capitale investito per addetto. Le piccole e medie imprese innovative, ma anche le fragili imprese meridionali, vengono oggettivamente incentivate ad uscire dalla legalità ed a gestire fuori delle regole la propria espansione. Per non subire una vera e propria imposta da irreversibilità delle scelte realizzate. La questione in ballo, tra Governo, imprese e sindacati, insomma, non è solo una modifica legislativa ma qualcosa di più radicale: che riguarda il futuro del sistema economico italiano. Le regole che oggi governano quel sistema, nel caso del mercato del lavoro, ma non solo, premiano modelli organizzativi e strategie industriali che fanno parte del passato e non del futuro. Chi rappresenta il sindacato, quando difende il modello rigido dell’impresa fordista, e che cosa si aspettano quel genere di lavoratori? Stabilità di lungo periodo che consenta alle imprese di ammortizzare gli investimenti nel tempo ed alla mano d’opera di progettare una stagione lavorativa lunga quanto una vita. È compatibile questa filosofia dell’esistenza con il nuovo mondo dell’incertezza e dell’innovazione? Evidentemente no. Che cosa si aspettano i milioni di individui che lavorano come collaboratori spot, come "partite iva" dalla dubbia autonomia o come lavoratori illegali, privi di ogni tutela previdenziale e di ogni diritto sindacale? Si aspettano di monetizzare quei diritti che non hanno, anche perché ritengono che, nel nuovo mondo di cui essi fanno parte, il percorso di una vita lavorativa presenti salti, cambiamenti improvvisi e scoperte imprevedibili. Nasce, di conseguenza, tra loro e gli imprenditori che ne utilizzano l’energia lavorativa, un patto che si alimenta della erosione, ai danni del fisco, del cuneo previdenziale e tributario. Ma, in questo modo, al fallimento del mercato del lavoro, generato dagli elevati costi di transazione imposti a chi volesse accettare la sfida del cambiamento, si somma la distruzione di un importante valore collettivo: la fiducia nella legalità. La legge, le regole, vengono percepite come ostili alla crescita, alla manifestazione fisiologica dell’energia vitale degli organismi economici. La società italiana ne riceve un doppio danno: una riduzione della crescita ed una caduta della legittimità delle regole: perché nel sentire comune regole dannose vanno rifiutate e sono rifiutate. Ne deriva una ferita profonda per la stessa percezione, fondamentale in una società civile, dell’utilità sociale delle regole. Ne seguono la contiguità tra economia sommersa e forme manifeste di criminalità nel Mezzogiorno. Si alimenta la caduta della tensione civile e un qualche imbarbarimento della vita collettiva nelle ricche regioni settentrionali. Nel movimento sindacale ignorare questi fenomeni pone le premesse di successive clamorose sconfitte politiche. Perché non si possono difendere i padri ignorando le ragioni dei figli; perché non è possibile trascurare lo squilibrio profondo tra il vuoto di diritti dei giovani, che entrano come precari nel mondo del lavoro e il pieno di garanzie dei vecchi, che sono in attesa di uscirne. Sono in ballo interessi reali, individuali e collettivi: non sono solo questioni di metodo. Come sembrerebbe dalle cronache sul braccio di ferro pro e contro l’ormai famoso articolo 18. La concertazione, oggi invocata, rappresentava un cemento necessario per rafforzare la base di consenso negli anni novanta in presenza di una fragilità estrema della maggioranza parlamentare. L’Italia, inoltre, voleva e doveva essere accettata nel club europeo della moneta unica e della stabilità, normalizzando la propria finanza pubblica. I Governi in carica realizzarono questo traguardo con una rigida stretta fiscale, penalizzando il tasso di crescita nel breve periodo. in termini di una immediata stretta fiscale, cui sarebbe seguita una successiva fase di espansione economica. L’obsolescenza della concertazione dipende, quindi, da tre fatti oggettivi: l’esistenza di una chiara e stabile maggioranza parlamentare che sostiene l’esecutivo; l’esigenza di trovare una politica economica che si fondi sulla mobilitazione di una moltitudine di azioni individuali, orientate alla crescita, e non su programmi di stabilizzazione, assai onerosi fiscalmente e condivisi socialmente; le aspettative di una nuova generazione di lavoratori, che vedono il proprio futuro affidato alla knowledge economy, ed alla sua capacità di adattarsi ai processi economici, e non a grandi architetture organizzative, che l’incertezza travolge proprio in ragione della loro intrinseca rigidità.

Giovedí 28 Febbraio 2002