“Opinioni” Il rischio del Sud – di Carlo Dell’Aringa

03/04/2002





Il rischio del Sud
di Carlo Dell’Aringa
Ogni tre mesi l’Istat ci presenta la radiografia del mercato del lavoro italiano. L’ultima è della settimana scorsa e fa riferimento alla rilevazione di gennaio che ha aperto il 2002, un anno che sembrava di crisi e invece si sta rivelando, poco alla volta, positivo, con un aumento del Pil tutt’altro che trascurabile. L’occupazione va bene e questo giudizio positivo è già apparso nei commenti della scorsa settimana.
È stato anche giustamente osservato che la flessibilità introdotta finora ha fatto bene all’occupazione. Chi pensava il contrario deve ammettere di essersi sbagliato. Qualche cosa in più, invece, si può dire sullo spaccato territoriale dei dati Istat. Anche qui le cose vanno bene, almeno dal punto di vista congiunturale. La penultima rilevazione, quella di ottobre 2001, segnalava una preoccupante battuta d’arresto dell’occupazione al Sud. Questi ultimi dati permettono di correggere il tiro. Nell’ultimo trimestre l’occupazione è aumentata più nel Mezzogiorno che nel Nord. Il confronto depone a favore del Centro-Sud soprattutto nel settore industriale. Sorprende soprattutto il Lazio con un forte aumento sia in valore assoluto che percentuale. Il dinamismo degli imprenditori laziali (e delle loro associazioni) si è fatto sentire e ha prodotto effetti indubbiamente positivi. Gli ultimi dati, pur incoraggianti, non possono indurre a grande ottimismo. Infatti se si allarga l’analisi al medio periodo, a ciò che è successo negli ultimi 5-6 anni, la conclusione è ben più desolante di quella che deriva dalla lettura degli ultimi dati. Dal 1995 (l’anno della crisi) a oggi la ripresa è avvenuta soprattutto al Nord. Tra gennaio 1995 e gennaio 2002, l’occupazione al Nord è aumentata dell’8,5%, al Centro del 9,5% e al Sud solo del 6,6%. Le distanze sono aumentate ancora di più con riferimento ai volumi di disoccupazione. Il tasso di disoccupazione, nello stesso periodo, è diminuito sì dal 20,0% al 18,6% nel Mezzogiorno, ma al Nord il calo è stato dal 6,8% al 3,8 per cento. C’è un abisso tra queste due diverse dinamiche. Al Nord ci sono poco più di 400mila disoccupati rispetto a un volume di occupazione che va oltre gli 11 milioni di unità, mentre nel Mezzogiorno vi è un milione di senza lavoro in più rispetto al Nord, con una occupazione che è poco più della metà. Resta quindi il problema fondamentale del mercato del lavoro. L’industria del Nord può espandersi solo con massicci influssi di immigrati; meglio sarebbe se potesse svilupparsi (come in parte fa già) con investimenti innovativi e a elevato contenuto di progresso tecnico. Uno sviluppo di questo tipo potrebbe alimentare ulteriormente la domanda di servizi qualificati la quale a sua volta potrebbe attingere a un’offerta di lavoro ancora abbondante. L’obiettivo di intensificare i contenuti occupazionali del processo di crescita vale invece soprattutto per il Sud. L’espansione della domanda di impiego industriale, se avesse luogo, avrebbe il grande merito di prosciugare parte di quell’offerta di lavoro, soprattutto giovanile che è parcheggiata in una sorta di limbo, fatto di sommerso e di disoccupazione di lunga durata. Problemi diversi inducono a individuare terapie di carattere diverso. Non vi è dubbio che nel Sud occorre intervenire su più fronti contemporaneamente: l’ambiente, le infrastrutture, l’ordine pubblico, l’istruzione, la cultura. Il federalismo delle politiche del lavoro può aiutare? Finora le politiche del collocamento e della formazione hanno manifestato limiti evidenti. Si tratta di riforme complesse e occorre tempo per la loro implementazione. Si potrebbe suggerire di decentrare, almeno in parte, le relazioni sindacali, la contrattazione collettiva, il sistema delle garanzie. Differenziare le condizioni di lavoro, monetarie e non, presenta pro e contro. Da un lato si corre il rischio di segmentare i mercati locali, aumentare i costi della mobilità e, non ultimo vi è il rischio di mettere in moto rincorse retributive di carattere imitativo. Il decentramento, però, ha indubbi aspetti positivi che sono ben documentati nel recente Libro bianco del ministero del Welfare: permette a domanda e offerta di incontrarsi più facilmente. Ma soprattutto il decentramento induce i responsabili politici e sociali ad assumere le decisioni migliori, sempre naturalmente che si instauri un sistema di rappresentanza efficace delle preferenze sociali delle comunità coinvolte. Un efficace decentramento non implica che venga a diminuire il livello di solidarietà fra aree ricche e aree povere. La solidarietà andrebbe comunque garantita da una adeguata politica di perequazione fra regioni delle risorse a disposizione.

Mercoledí 03 Aprile 2002