“Opinioni” Il lavoro al sud (senza ipocrisie) – di Sergio Romano

11/03/2002






Salari differenziati, non è uno scandalo

IL LAVORO AL SUD (SENZA IPOCRISIE)


di SERGIO ROMANO

      Il Mezzogiorno, su cui la Confindustria ha promosso il convegno di Palermo, è ancora, a centocinquant’anni dall’Unità, il maggiore dei problemi italiani. Non vi è governo, dal viaggio di Giuseppe Zanardelli in Basilicata nel settembre di un secolo fa, che non abbia cercato di risolverlo. E non vi è uomo politico meridionale – Crispi, Di Rudinì, Salandra, Orlando, Nitti, Scelba, Leone, Moro, Colombo – che non abbia dedicato alla questione meridionale una buona parte dei suoi discorsi e interventi. Ma i risultati restano insufficienti e mediocri. Le terapie sono quasi tutte fallite. Il colonialismo (con cui Crispi e Mussolini speravano di dare lavoro al sottoproletariato del Sud) fu un’operazione tardiva e velleitaria. La riforma agraria, la Cassa del Mezzogiorno, i fondi comunitari e gli aiuti straordinari per le calamità naturali hanno prodotto più notabili che imprenditori, più clientele che maestranze, più criminalità che prosperità. Altri «Sud» del mondo occidentale, nel frattempo, sono riusciti a scuotersi di dosso il loro vecchio torpore e hanno cominciato a correre: l’Irlanda, il Galles, la Florida, la Georgia, la Francia del Sud-Ovest. Il nostro, invece, resta al palo. Vi sono stati, in questi ultimi tempi, segnali incoraggianti: fra gli altri l’aumento delle esportazioni, un distretto elettronico a Catania, un maggior numero di nuove imprese, un grande porto per i container a Gioia Tauro e qualche importante progetto industriale felicemente realizzato, da Melfi a Manfredonia. Ma la somma di tali iniziative non basta a mettere in moto il volano dello sviluppo. Le ricette discusse al convegno di Palermo sono in buona parte già note: infrastrutture, per meglio collegare il Sud al resto dell’Europa; sicurezza, per consentire agli imprenditori di sottrarsi ai ricatti della criminalità organizzata; flessibilità e incentivi fiscali, per sollecitare i loro investimenti. Sono provvedimenti indispensabili. Ma accanto ad essi sembra essersi fatta nuovamente strada a Palermo la convinzione che il Sud potrà decollare soltanto se il costo del lavoro, nelle province meridionali, sarà inferiore a quello di altre regioni italiane. Le parole gabbie salariali non sono state ufficialmente pronunciate dai rappresentanti della Confindustria, ma erano nell’aria. Qualcuno pensa che i salari non andrebbero negoziati al centro, con grandi contratti collettivi, ma alla periferia, dove è più facile calcolare produttività e costo della vita. La Cgil si oppone con argomenti e controproposte non del tutto convincenti, dietro i quali s’intravede un timore corporativo: se i contratti collettivi diventano leggeri e il negoziato salariale si sposta nelle province, il grande sindacato nazionale rischia di perdere rappresentanza e potere. Si apre così un nuovo fronte, dopo la battaglia sull’articolo 18 di cui abbiamo parlato lunedì scorso, consigliando di non farne una bandiera, un’inutile linea del Piave.
      Ma vi è una differenza. Mentre il problema della flessibilità del mercato del lavoro può essere affrontato in altri modi e in altri contesti, la questione meridionale richiede terapie coraggiose e urgenti. L’Italia non è tutta eguale. Se il Sud attrae investimenti meno di altre regioni europee, occorre vincere la diffidenza degli imprenditori con qualche concreto incentivo. Se il costo della vita e la produttività sono inferiori a quelli del Nord, i salari dovrebbero tenerne conto. Se molti finiscono per lavorare
      in nero , senza alcuna garanzia e protezione, un contratto e un salario anche inferiore a quello di altre regioni rappresentano pur sempre una apprezzabile conquista sociale. Più pragmatismo, meno ipocrisia.
      Non sappiamo se il convegno di Palermo produrrà qualche risultato. Sappiamo tuttavia che la questione meridionale è oggi più grave e urgente di quanto sia mai stata in passato. Fra qualche anno, quando l’Europa comincerà ad allargarsi, altri «Sud», dalla Polonia alla Bulgaria, cominceranno a correre. Possiamo permetterci di restare ancora una volta fuori della corsa?


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