“Opinioni” Il Dissenso e il Crimine – di Pietro Ichino

01/07/2002


29 giugno 2002



IL DISSENSO E IL CRIMINE
di Pietro Ichino
      Aveva ancora la scorta, Marco Biagi, nella primavera dell’anno scorso quando veniva una volta alla settimana a Milano per seguire da vicino la fase di attuazione del «suo» patto Milano lavoro , stipulato l’anno prima da Cisl e Uil con la giunta Albertini, e per insegnare il diritto comunitario al Master europeo in scienze del lavoro alla Statale. Qualche volta consumavamo insieme un panino, in attesa dell’ora della sua lezione, con l’assistenza un po’ incombente delle sue due guardie del corpo. Fu in una di quelle occasioni che mi parlò, con amarezza, di un «cordone sanitario» che, anche a Bologna, sentiva intorno a sé in quella che lui stesso considerava come la parte migliore della comunità degli studiosi di diritto del lavoro, della quale era e si sentiva, accademicamente parlando, un «figlio». Anche con la Cgil, che aveva rifiutato di firmare l’accordo milanese da lui progettato e di aderire al centro studi modenese da lui fondato, Marco era in rotta di collisione; ma di quello scontro aspro mi ha sempre parlato come di un fatto scontato e, tutto sommato, fisiologico.
      In quel periodo aveva già avuto minacce anonime, scritte e per telefono; ma chi vuole davvero aggredire non preavverte la vittima; e comunque – almeno a Milano – la scorta c’era. Quando, in autunno, Marco mi disse di avere paura ogni volta che varcava la soglia di casa, la scorta gli era stata tolta.

      Dell’integrale autenticità dei suoi messaggi di luglio e settembre alle autorità, che in questi giorni vengono resi pubblici, giudicheranno i magistrati; ma che Marco a quel punto si considerasse gravemente esposto e indifeso chiunque gli fosse vicino lo sa. Ai primi di ottobre era uscito il
      Libro bianco a cui, con altri studiosi, aveva lavorato da tempo; lo scontro politico-sindacale aveva assunto dimensioni nazionali. Marco era costernato perché in quello scontro, muro contro muro, nessuno entrava nel merito delle riforme proposte: queste si erano ridotte a pura causa occasionale per una prova di forza all’ultimo sangue fra governo e opposizione, nella quale la posta in gioco era principalmente un’altra. E mentre i servizi di sicurezza tracciavano un identikit del probabile prossimo bersaglio dei terroristi che corrispondeva a lui in modo impressionante, i suoi editoriali sul Sole 24 ore chiedevano insistentemente che ci si fermasse a ragionare, a riflettere sulle differenze tra il nostro diritto del lavoro e quello degli altri Paesi europei e sulle linee guida per la riforma del mercato del lavoro indicate dall’Unione.
      Certo, nessuno è stato più refrattario a quei suoi appelli di quanto lo sia stata la Cgil; ma adombrare per questo che la Cgil possa avere una qualche responsabilità nell’assassinio di Marco Biagi significa non distinguere tra il dissenso (anche molto aspro) e l’aggressione criminale, tra la libera dialettica delle forze politiche e sindacali contrapposte in uno Stato democratico e la violenza omicida. Ancora più inaccettabile è che l’ombra di un sospetto del genere possa allungarsi su Sergio Cofferati. Chi dissente dalle sue idee può imputargli di avere, in quest’ultimo anno, sacrificato all’emergenza politica la capacità progettuale della sua confederazione, di aver preferito alla complessità di un disegno di riforma del nostro mercato del lavoro la semplicità di un messaggio mediatico vincente («no ai licenziamenti»); ma nessuno, neanche chi critica più ferocemente le sue idee, o chi dissente da qualche eccesso di durezza nelle sue ultime battute, può negare che il suo decennio alla guida della Cgil è stato caratterizzato da una non comune trasparenza di comportamento e correttezza verso gli avversari. E Dio sa quanto entrambe siano merce rara sotto questi chiari di luna.