“Opinioni” Il circolo virtuoso che crea nuovi lavori – di Nicola Cacace

15/04/2002





Il circolo virtuoso che crea nuovi lavori
di Nicola Cacace

Bisogna ringraziare il presidente Carlo Azelio Ciampi che ha richiamato la nostra attenzione su un fenomeno socio-economico-politico che pochi ricercatori hanno indagato e ancor meno media hanno illustrato: il boom occupazionale iniziato nel ’96, in netto contrasto con quanto era avvenuto sino al ’95, in Italia ed in Europa. Ma che cosa è successo tra il ’95 e il ’96 da determinare un capovolgimento così drastico nel rapporto tra crescita del Pil e crescita dell’occupazione? Come è possibile che, prima e dopo quella data, si siano avuti effetti occupazionali così divergenti? Guardiamo anzitutto i dati italiani. Nel quinquennio ’91-’95 a una crescita media del Pil dell’1,3% annuo aveva corrisposto una riduzione dell’occupazione dell’1,1% annuo. Di contro, nel sessennio ’96-2001, a una crescita media del Pil di poco superiore, 1,86% annuo, ha corrisposto una crescita dell’occupazione molto forte, dell’1,2% annuo. Come è successo che ad un’elasticità negativa dell’occupazione rispetto alla produzione abbia poi fatto seguito un’elasticità positiva e anche così insolitamente alta, addirittura di 0,8? L’elasticità dell’occupazione è misurata dal rapporto tra crescita dell’occupazione e crescita della produzione e rappresenta l’effetto occupazionale della crescita. Per fare un esempio, nell’America del boom occupazionale degli anni 90, l’elasticità dell’occupazione è stata di 0,5, cioè l’occupazione è aumentata dello 0,5% per ogni aumento dell’1% del Pil. In Italia, a partire dal ’96, come ricordava il nostro Presidente, ma soprattutto a partire dal ’98, la capacità occupazionale della crescita economica ha raggiunto valori da Guinness dei primati (si veda il grafico). Cosa è successo nel ’96 e nel ’98 da determinare una svolta del genere in Europa e in Italia? In Europa la nuova disciplina monetaria, formalmente avviata l’1/1/1999 con l’Euroday, era sostanzialmente cominciata cinque anni prima col quinquennio di convergenza ’94-’98, in cui tassi di interesse e inflazione dovevano convergere sui livelli dei principali Paesi. Basta ricordare che, per quanto riguarda l’Italia, a cinque anni di svalutazioni della lira ’91-’95, avevano seguito tre anni, ’96-’98 di abbassamento dell’inflazione e dei tassi d’interesse e addirittura di rivalutazione della lira. La Relazione Banca d’Italia 1997 registrava puntualmente il cambiamento di comportamenti "virtuosi" dei nostri imprenditori con le seguenti parole: «Si sono consolidati negli operatori economici aspettative e comportamenti coerenti con la stabilità dei prezzi». L’impossibilità di svalutazioni della lira ha evidentemente spinto le strategie imprenditoriali alla ricerca di innovazioni dei prodotti, più che dei processi, della qualità più che delle quantità prodotte, in una parola gli investimenti da "capital depeneeing" sono diventati più "capital widening". Ricordo, en passant, che con questi termini l’«Economist» aveva spiegato i diversi effetti occupazionale che investimenti equivalenti avevano di qua e di là dell’Atlantico. Mentre in Europa gli investimenti erano più tesi ad aumenti della produttività fisica del lavoro, in America si cercava di più l’innovazione dei prodotti e l’allargamento della base poroduttiva. Ma in Italia nel ’98 è successo anche qualcosa che ha aumentato e di molto la famosa e tanto contestata "flessibilità del lavoro", il cosiddetto pacchetto Treu. La legge 196/97 ha reso finalmente possibili e più economiche forme di lavoro come il part time, le collaborazioni coordinate e continuative, il lavoro a tempo determinato, l’apprendistato, il lavoro interinale e successivamente, con la Finanziaria del 2000, ha anche abbassato di tre punti il costo lavoro per i nuovi assunti su tutto il territorio nazionale. Si può fare di più per far crescere ulteriormente l’occupazione? Sarebbe già importante mantenere livelli di elasticità dell’occupazione prossimi a questi, molto alti e difficilmente mantenibili su periodi lunghi. Per ciò è necessario che i nostri imprenditori, come hanno saputo adeguare con prontezza e intelligenza i loro piani di produzione alla nuova disciplina monetaria, sappiano conseguire, dialogando con le controparti sindacali, obiettivi di efficienza e flessibilità delle imprese, ma anche di formazione, equità e sicurezza dei lavoratori, fattori centrali di creatività e qualità della produzione.

Sabato 13 Aprile 2002