“Opinioni” Il Cincinnato della sinistra e le riforme – di N.Colajanni

28/05/2002





Il Cincinnato della sinistra e le riforme
di Napoleone Colajanni

L’intervista di Sergio Cofferati alla Repubblica di domenica è un documento che merita attenta considerazione, non solo per i suoi contenuti, ma anche perché consente di sollevare alcune questioni di un certo respiro. Dice Cofferati che la proposta di Berlusconi di rinviare la decisione sull’art. 18 a data successiva ad un confronto sull’insieme delle politiche del lavoro non è che una furbizia intesa a superare il pericolo di referendum sulla legge delega. L’osservazione è certamente fondata. E con ciò? Furbizia è anche l’attestarsi sull’art. 18 che consente di agglomerare un vasto consenso contro il governo basandosi su un processo alle intenzioni. Non credo affatto che ciò sia scorretto perché tra gli ingredienti della cucina politica, può piacere o no ma occorre prender atto della realtà, ci sono la manovra e le strumentalizzazioni. L’importante è che tutto non si esaurisca in questo, cioè in mero gioco di potere. Il giudizio definitivo deve essere portato sul merito delle posizioni e sugli orientamenti di fondo. La proposta di Berlusconi non solo ha un senso, ma è anche la più corretta. La concertazione sta nel concordare l’insieme di una politica, i particolari possono essere lasciati al mercato delle vacche; perciò da una intesa sul complesso della politica del lavoro dipende la modifica o meno dell’art. 18. Cofferati si chiede «si avvicina la doppia scadenza del Dpef e della Legge Finanziaria: il Governo intende confrontarsi con le parti sociali oppure no?». Ma perché mai la concertazione sulla finanziaria sarebbe necessaria e quella sulla politica del lavoro sarebbe soltanto una furbizia? Non si può sostenere che confronto e concertazione possano realizzarsi soltanto secondo i propri comodi. La preoccupazione che da tempo esprimo è che in realtà sindacati e sinistra non abbiano una proposta coerente di politica economica e nemmeno di politica del lavoro. Circolano soltanto parole vuote di contenuto, spesso anche di significato, puntando tutto sulla capacità di raggrumare consensi attraverso la suggestione dell’indefinito. Non esiste una posizione su cosa in Italia debba intendersi e meno ancora su come possa essere realizzata quella "economia della conoscenza" (esempio classico di flatus vocis) che Cofferati reclama, ignorando che in America quel che sembra si debba intendere con questa frase si regge sull’occupazione di massa a bassi salari ed ha comportato la liquidazione di milioni di posti di lavoro nell’industria tradizionale. Quando poi si va al sodo, come nel caso Fiat, Cofferati sa soltanto riproporre la vecchia politica dei sussidi, del dare dei soldi, camuffata da "incentivi all’innovazione", più o meno come il Governo. Quanto all’immediato, se l’idea di costringere il Governo alla resa ha un senso, questo è quello che non si sa trovare alternativa alla rincorsa verso una contrapposizione totale, certamente pericolosa. Un Governo che ha una maggioranza parlamentare larga come quella attuale non può essere abbattuto con due, tre, dieci, cento scioperi generali; così si arriverebbe soltanto alla spaccatura verticale del paese. Che Sergio Cofferati la pensi così è proprio un peccato. Per capire quanto costi alla sinistra la mancanza di un leader basta tener presente che quando Blair al suo incontro londinese ha invitato Rutelli ed Amato e nessuno dei Ds il commento di Fassino è stato "noi siamo rappresentati da Amato". In sostanza come quel tale che, buttato giù da cavallo, disse che voleva scendere. Cofferati è il solo a sinistra che abbia dimostrato di possedere le qualità che fanno un leader. La politica ha una sua logica di ferro, e per questo non dò credito alla sua proclamata volontà di rifugiarsi nella Pirelli. Quando fu richiesto, anche Cincinnato tornò in servizio.

Martedí 28 Maggio 2002