“Opinioni” Il banco di prova è la contrattazione decentrata – di Tito Boeri

09/07/2002

Martedí 09 Luglio 2002



Il banco di prova è la contrattazione decentrata
di Tito Boeri

Il "Patto per l’Italia" sottoscritto venerdì dal Governo e "una parte delle parti sociali" sembra avere molti aspetti in comune con il "Pacchetto Treu", la riforma del mercato del lavoro approvata all’inizio della scorsa legislatura. Come allora, si introduce "flessibilità al margine" e si irrobustiscono i sussidi di disoccupazione ordinari. Un risultato insperato, dato che fino a qualche settimana fa si respiravano solo fumi di guerra. Ma vi sono due aggravanti in questo Patto rispetto alla riforma del 1997. La prima è che questo accordo è stato per l’appunto sottoscritto dopo 8 mesi roventi, con più di 16 milioni di ore scioperate nei soli primi 4 mesi di quest’anno e senza la firma della Cgil e tutto lascia supporre che ci sarà almeno uno strascico autunnale di questo clima avvelenato. Data l’esiguità dei cambiamenti apportati al nostro mercato del lavoro dal Patto, un quesito è legittimo: ne valeva davvero la pena? La seconda aggravante è che tra Pacchetto e Patto sono passati cinque anni, in cui il nostro mercato del lavoro ha generato qualcosa come due milioni di posti di lavoro, molti dei quali comportano frequenti episodi di disoccupazione. Non siamo più un’economia che alimenta una crescita senza posti di lavoro: oggi si cresce poco generando una marea di posti, al punto che l’obiettivo del Governo di crearne un altro milione da qui a fine legislatura appare fin troppo poco ambizioso. Il problema del nostro mercato del lavoro è, invece, sempre più quello del decentramento della contrattazione per assorbire la disoccupazione nel Mezzogiorno e della bassa partecipazione di adulti e donne, temi sui quali il Patto è, a dir poco, reticente. Inoltre, c’è un problema sociale nuovo – quello del lavoro flessibile, cronico al Sud – che andava affrontato con strumenti nuovi. Si sentiva poco il bisogno di nuove tutele giuridiche, di ingegneria contrattuale – con l’introduzione di nuove figure quali i "contratti a progetto" o lo "staff leasing", l’interinale senza limiti di tempo – e forte necessità di tutele economiche, le uniche che è davvero possibile garantire a chi ha carriere lavorative discontinue, frammentate. Sia il Patto che le proposte alternative (a dir poco anacronistiche) avanzate in questi giorni dalla Cgil sembrano, invece, scaturire dalla convinzione che si possa tutelare con semplici norme, che li fissino sulla carta, i diritti dei lavoratori, anche quando magari manca un vero e proprio datore (come nel caso dello "staff leasing"). La riforma dei sussidi di disoccupazione poteva essere un primo passo importante verso l’introduzione di tutele vere. Tuttavia, le misure previste dal Patto potranno, al massimo, ampliare di qualche punto percentuale (dall’attuale 15 a circa il 20 per cento) la percentuale di disoccupati che ricevono il sussidio, oggi la più bassa in Europa. Sempre che bastino i fondi, perché i 700 milioni di euro stanziati sono insufficienti a finanziare gli incrementi nei livelli e nella durata dei sussidi previsti (vedi www.lavoce.info per una stima dei costi della riforma). Inoltre non vi sono stanziamenti per istituti che coprano figure come i co.co.co. e i poveri che non lavorano e che non pagano le tasse (che, dunque, non potranno mai beneficiare di riduzioni della pressione fiscale previste nel Dpef). Di più, il Patto decreta la fine dell’unico istituto universale di protezione sociale di ultima istanza sin qui presente nel nostro ordinamento, quel Reddito minimo di inserimento, che viene ridotto a "programma regionale", eventualmente (e marginalmente) co-finanziato dal centro. Istituti come l’Rmi non possono che essere finanziati a livello centrale perché redistribuiscono da regioni ricche a regioni con bassa capacità impositiva. Le omissioni e i limiti di questo Patto sembrano il frutto di una trattativa tutta incentrata attorno alle deroghe all’art.18 dello Statuto dei lavoratori. L’impressione è che al suo altare sia stata sacrificata la riforma delle pensioni e si sia ampliato il coinvolgimento dei sindacati nella gestione dei corsi di formazione (che assorbono da noi, già adesso, risorse superiori rispetto a molti altri paesi Ue, con esiti tutt’altro che incoraggianti). Ma ammesso e non concesso che le deroghe alla reintegra fossero la priorità per il nostro mercato del lavoro, anche il modo con cui il tabù art.18 è stato incrinato lascia molto a desiderare. Delle due l’una: o l’effetto di soglia, il tappo che impedirebbe la crescita delle piccole imprese non c’è e allora la deroga serve solo a creare asimmetrie persistenti tra lavoratori in imprese delle stesse dimensioni; oppure il tappo c’è (l’evidenza empirica suggerisce che potrebbe al massimo coinvolgere qualche migliaio di lavoratori), ma deroghe transitorie e reversibili ben difficilmente possono indurre le imprese a crescere. La deroga può, tra l’altro, generare effetti perversi. Il "non computo" dei nuovi assunti ai fini della determinazione della soglia dei 15 dipendenti può spingere le imprese che stanno da poco al di sopra di questa soglia a sfruttare l’alto turnover cui vanno soggette (superiore al 70 per cento in imprese fino ai 20 addetti) per scendere al di sotto della soglia e poi esentare tutti i propri dipendenti dall’applicazione dell’art.18. Che si tratti di un’eventualità non poi così remota, lo provano le norme anti-elusione introdotte all’ultimo momento nel Patto. È dunque probabile che la deroga all’art.18 finirà per avere esiti occupazionali deludenti. Se così fosse, la verifica prevista fra due anni, con elezioni politiche all’orizzonte, non potrà che decretare, una volta per tutte, l’impossibilità di riformare, anche per finta, l’art.18 dello Statuto dei lavoratori.