“Opinioni” Flessibilità e lavoro, i nodi del sindacato – di Alberto Quadrio Curzio

18/02/2002





Flessibilit� e lavoro, i nodi del sindacato…
di Alberto Quadrio Curzio
Si chiude una settimana importante per le questioni del lavoro. Dapprima il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, ha presentato un interessante piano per eliminare i vincoli che frenano gli spostamenti dei lavoratori. Poi, la Banca centrale europea ha spiegato la necessit� e l’urgenza di riforme rapide nel mercato del lavoro. Venerd� infine, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il premier britannico, Tony Blair, hanno presentato un innovativo piano congiunto basato su regole meno rigide, capaci di rianimare il mercato del lavoro: l’obiettivo � quello di generare pi� crescita e occupazione, ma anche equit� attraverso part-time, flessibilit� dell’orario, incentivi fiscali e contributivi, politiche attive nel collocamento e nella formazione. Su questo sfondo di eventi europei, che preparano il vertice di Barcellona a marzo, la situazione italiana appare difficile, con uno scontro senza precedenti tra Governo e sindacati. Alla base c’� la posizione della Cgil e del suo leader uscente e un’eredit� storica che sta irrigidendo questa organizzazione su posizioni sempre pi� politiche.
Sergio Cofferati ha due scopi ormai chiari dopo il Congresso di Rimini. Da una parte, far cadere o comunque neutralizzare con l’arma totale dello sciopero generale (gi� usato efficacemente nel 1994) il Governo Berlusconi, che Cofferati ha definito �distruttivo come la Thatcher�. Dall’altra, assumere la leadership della sinistra anche per azzerare il tentativo di autonomia della componente di centro-sinistra (la Margherita) dell’opposizione. Il danno che da queste strategie pu� derivare al sistema italiano � notevole. Innanzitutto, la Cgil e Cofferati dovrebbero riflettere su quanto ha scritto di recente uno studioso come Giulio Sapelli, non certo sospettabile di inclinazioni thatcheriane. Sapelli ha messo in guardia sui pericoli di fondare la politica della sinistra sulla cinghia di trasmissione Cgil-Ds e di depotenziare il ruolo contrattualista della Cgil che in tal modo si stacca dalle grandi trasformazioni del sindacalismo internazionale. I rischi e i cambiamenti. Due pericoli su cui si pu� concodare, ma ai quali si possono aggiungere altri due grandi ostacoli che bloccano l’ammodernamento della Cgil. Il primo � di tipo economico-sociale: il sindacato di Cofferati, infatti, non sembra cogliere il cambiamento, con l’Italia della classe operaia che ha lasciato il passo a quella delle piccole e medie imprese, dei distretti industriali, degli operai, tecnici e artigiani che diventano addirittura imprenditori di successo sui mercati internazionali. E dei giovani che lasciano l’aspirazione al posto fisso nella pubblica amministrazione e cercano la flessibilit� nel lavoro autonomo. Infine, di chi lavora nel sommerso per i troppi vincoli dell’emerso. Tra i sostenitori della Cgil non sono certo scomparsi i lavoratori dipendenti delle imprese medio-grandi, ma sono stati affiancati, con peso crescente, da pensionati e dipendenti pubblici. Il secondo ostacolo � di tipo politico-partitico perch� la Cgil � sempre stata l’azionista di maggioranza del pi� grande partito della sinsitra, prima Pci, ora Ds. Quando questi ultimi sono arrivati al Governo nella XIII legislatura e poi alla Presidenza del Consiglio, la Cgil da un lato sosteneva il Governo, ma dall’altro non poteva consentire un eccesso di riformismo che avrebbe indebolito il suo potere di veto, la sua golden share nel Centro-sinistra. Tiziano Treu, innovativo ministro del Lavoro nel Governo Prodi, parlando sul �riformismo interrotto� della passata legislatura ha detto che sulla flessibilit� dei rapporti di lavoro si sarebbe potuto fare di pi� senza gli ostruzionismi burocratici, con parti sociali pi� cooperanti, senza i veti della sinistra che hanno portato alla caduta dello stesso Esecutivo. Ora la questione � soprattutto nelle decisioni di tre attori che pur avendo ruoli e obiettivi diversi possono trovare una intesa: la Cisl (e la Uil), la Confindustria, il Governo. La Cisl con Savino Pezzotta ha detto a chiare lettere che non accetta i toni �inquisitori e offensivi� usati da Cofferati al Congresso e che non seguir� la Cgil nello sciopero generale, giudicandolo �un’avventura tutta politica�. La Cisl continuer� la sua opposizione alla delega sull’articolo 18, ma tratter� con il Governo ad ampio raggio mobilitando l’opinione pubblica sui temi in discussione. Questa impostazione, molto apprezzabile, rende la Cisl un sindacato moderno, interessato non alla lotta di classe o al condizionamento politico dei Governi, ma alla promozione delle risorse umane nei diversi lavori di un’economia avanzata. La Confindustria sembra ne sia consapevole. Il suo direttore generale, Stefano Parisi, rilevando come il riformismo sia politicamente trasversale e come tra gli interventi allora proposti da Treu e quelli attuali di Maroni vi siamo delle continuit�, ha implicitamente evidenziato come le grandi riforme sono note da tempo e non implicano affatto uno scontro sociale. Il Governo, cui spetta in democrazia l’ultima parola insieme al Parlamento, che far�? Difficile rispondere perch� nello stesso e nella maggioranza vi sono diverse componenti. C’� chi teme i sindacati ed � pronto a fare marcia indietro e c’� chi vuole lo scontro. Ma c’� anche chi vuole una mediazione costruttiva. Questo � dunque un importante banco di prova del Governo e della sua maggioranza. Vedremo nei fatti se – al di la delle dichiarazioni congiunte dei premier d’Italia, Gran Bretagna e Spagna – il Governo Berlusconi sapr� davvero perseguire quel liberalesimo sociale alla Blair-Aznar che innova il mercato del lavoro, ma promuove anche le risorse umane, soprattutto con la formazione continua che � una condizione importante della flessibilit�.
Alberto Quadrio Curzio

Domenica 17 Febbraio 2002