“Opinioni” Ecco perché il Welfare non ha prezzo – di Guido Rossi

26/04/2002


 
LE IDEE
 
Ecco perché il Welfare non ha prezzo
 
 
 
 
GUIDO ROSSI

L´ITALIA appare oggi una sorta di laboratorio per la scelta non discutibile di politica legislativa sui valori fondamentali delle democrazie occidentali. Scelta che già aveva col nuovo governo creato un Ministro del Welfare, e che poi ha riproposto una prepotente conflittualità sociale con la mobilitazione delle forze sindacali, con gli scioperi generali, con contrapposizioni apparentemente irresolubili sull´art. 18 dello Statuto dei lavoratori, considerato paradigma minimo dei principi di giustizia sociale.
La maggior parte delle società contemporanee sono dilaniate da una crisi di identità. Non solo le ultime finalità si appalesano incerte, ma i mezzi per il loro raggiungimento sono altrettanto contraddittori e insicuri. In società eterogenee e complesse nelle quali i fini da realizzare non sono condivisi da tutti perché le tradizioni e le culture divergono, sembrerebbe opportuno affidare al diritto, e perciò alla legge, la soluzione democratica di questo problema, cercando così un consenso maggioritario, in senso democratico, sugli scopi comuni della vita sociale. Da Jeremy Bentham in poi la tesi che si debbano perseguire forme sempre più avanzate di benessere, fino alle nuove proposte di welfare, illustrate da Ackerman, sembra aver resistito ad ogni attacco intellettuale e ad ogni vicenda storica che abbia sottovalutato l´utilitarismo filosofico e il positivismo giuridico che hanno ripreso nuovo vigore in epoca recente.
Tuttavia, se sotto il profilo di una valutazione strettamente economica, sia pur in una dimensione non triviale, sembra difficile negare che il benessere individuale possa e debba essere il criterio per giudicare ogni norma imposta dai legislatori, questa apparentemente corretta soluzione si scontra invece con l´affermazione più decisa dei diritti di ognuno cui corrisponde ogni argomentata teoria della giustizia, da Emanuele Kant a John Rawls. Queste sono in definitiva le contraddizioni che all´interno del suo corpo sociale, spesso dilaniato, come è il caso italiano, ogni paese democratico sta oggi affrontando.
E´ così che al welfare si contrappone ora la fairness e quindi al benessere si oppone l´equità.

Esistono ormai prese di posizione che alla politica del welfare, alla valutazione costi-benefici con effetti sul benessere individuale e in definitiva all´efficienza, sono pronte a sacrificare qualsiasi concetto di diritto, di giustizia, di equità, ritenendo che questi ultimi concetti siano tali che quando elevati a criterio di giudizio o di critica di qualsiasi norma hanno come unico risultato quello per cui nessuno aumenta il suo benessere individuale e sono caratterizzati quindi dall´inefficienza assoluta.
E´ pur vero che, come hanno di recente sostenuto Louis Kaplow e Steven Shavell, i principi di equità indipendenti e contrapposti a quelli di benessere, corrispondono ormai a norme sociali di comportamento che sono largamente interiorizzate dagli individui. Così, il mantenere le promesse, il dire la verità, il considerare chi agisce male e fa dei danni ad altri come responsabile delle proprie azioni, l´impedire che chiunque possa trarre vantaggio dalle sue malefatte, sono sicuri valori sociali che possono guidare le decisioni individuali e allontanare i comportamenti opportunistici nella vita quotidiana. Ma non mai costituire riferimenti di valutazione per analisi normative o più generalmente di politica del diritto.
Se dunque al walfare si collega il concetto di efficienza e quello più generale di mercato, con tutti i teoremi che ad esso fanno riferimento, le norme che assegnino ad ampie categorie di soggetti (quelli, ad esempio, che potrebbero definirsi i contraenti più deboli, come i lavoratori, i consumatori, i risparmiatori, gli azionisti di minoranza, i piccoli creditori) risorse e tutele, quali le assicurazioni sociali, una rigorosa legislazione antitrust e un diritto societario e dei mercati finanziari severo contro le manipolazioni, sono di per sé considerate norme inefficienti. Sembra più opportuno, secondo questa tesi, lasciare alla libertà di contrattazione fra le parti, e al mercato, piuttosto che a blindate regole giuridiche, una resa efficiente del benessere individuale che facilmente supererebbe l´impatto dei costi di transazione. Tuttavia, l´assimilazione del welfare alla sola efficienza economica produce spesso lo smantellamento dei diritti degli individui meno protetti. Ma questo a sua volta non ha più nulla a che fare né col benessere individuale, né con quello collettivo, sicché fra efficienza ed equità non è più possibile alcun compromesso o alcun trade-off, essendo ormai giunto il tempo di smascherare la validità di soluzioni quali quella che va sotto il nome di salario di efficienza, riferito al parametro minimo necessario per garantire la maggiore produttività dei salariati.
Del tutto impossibile diventa poi il compromesso quando l´oggetto della regola riguarda un bene per il quale non sia individuabile un prezzo. Il valore non pecuniario della vita, della sofferenza, della cultura e così via, rendono ancora più evidente la preoccupazione che un eccessivo affidamento sull´effetto salvifico del mercato, così come ogni altro tentativo di monetizzazione dei diritti fondamentali e sacri, non può trovare cittadinanza in nessun ordinamento democratico.
La libera contrattazione nell´ambito di una visione magica del «mercato», oltre a creare scompensi a favore di un gruppo di contraenti e a tutto svantaggio degli altri, porta con se una malattia endemica: il conflitto di interessi. Quel che l´economia del welfare, che la centralità del mercato, che la sostituzione della libertà contrattuale alla norma imperativa, che l´analisi economica del diritto, hanno finora trascurato, è il fatto che il conflitto di interessi che si crea all´interno delle strutture di mercato, non è semplicemente – come a volte si vorrebbe far credere – un costo di transazione, ma è la molla stessa dell´economia di mercato. In definitiva, l´interesse del birraio, del panettiere e del macellaio che guidano la «mano invisibile» che Adam Smith aveva individuato come estremo fattore di equilibrio dell´economia di mercato, ha mozzato quella mano quando il mercato è diventato più complesso, quando la realtà finanziaria non solo è diventata parte determinante ma ha avuto il sopravvento sulla realtà dell´economia reale, e lo sviluppo del capitalismo è diventato una macchina che solo l´interesse di alcuni a svantaggio di altri e persino della collettività, riusciva a far marciare a pieno ritmo. Lo sviluppo turbolento della new economy e l´ubriacatura dei mercati finanziari hanno creato un propellente formidabile ad un incremento di ricchezza che al di là di ogni regola pare aver reso il criterio dell´efficienza una componente del benessere individuale.
Non solo, ma non vi è dubbio che fra i sempre più numerosi protagonisti dei mercati finanziari il conflitto di interessi paradossalmente diminuisce i costi di transazione, sicché si crea un passaggio perverso che sposta i costi di transazione a costi di agenzia, sempre in aumento e con risultati spesso catastrofici come nel caso Enron, poiché gli agenti – banche di affari, intermediari vari, società di revisione e manager – cercano di realizzare il loro esclusivo interesse a scapito di coloro che li hanno preposti e a favore dei quali dovrebbero agire. Infatti, se i costi di transazione producono inefficienza, i costi di agenzia sono molto più pericolosi, poiché possono tradire la trasparenza, nascondere la verità e spostare nel tempo la malattia fino al rischio di farla diventare incurabile. E questo è avvenuto sia nei comportamenti delle società di revisione, sia delle banche d´affari, sia dei managers con le loro confliggenti attività che impediscono lo svolgimento corretto delle loro attività sul mercato.
Il problema del conflitto di interessi di risolve soltanto con un´affermazione dell´etica individuale, che è esattamente l´opposto dell´etica degli affari e si basa sulla teoria della giustizia che deve sovrastare ogni criterio di efficienza, sicché ogni aspettativa di benessere deve obbedire a quello che John Rawls ha qualificato come «principio di differenza», nel senso che il beneficio deve sempre andare a favore dell´individuo meno avvantaggiato, cioè ad esempio del lavoratore rispetto all´imprenditore.
Questa è la ragione sostanziale per cui i principi di giustizia e i diritti inviolabili e il principio di differenza, non possono essere ridotti a regole sociali che siano sì intese a regolare i comportamenti della vita quotidiana e ad educare le nuove generazioni, ma non servirebbero a valutare qualsivoglia politica del diritto, che per creare norme efficienti dovrebbe rispondere solo a criteri di efficienza, basati sul benessere individuale. Ma benessere di quali gruppi di cittadini? Non certo di quelli che stanno peggio, poiché il principio di differenza non è certo quello di efficienza.
In questa tragica contraddizione, fra benessere e giustizia sociale, si dibattono gli ordinamenti moderni e il destino delle società future dipende largamente da quale parte il piatto della bilancia peserà maggiormente. La tesi di Bruce Ackerman vuole che sia garantito a tutti i cittadini un minimo di uguaglianza dei punti di partenza, con un congruo ammontare di denaro liberamente disponibile al raggiungimento della maggiore età. Se questa sia la soluzione della contrapposizione fra principi di giustizia e benessere individuale è oggetto di ampio dibattito. Ad esso dovrebbero anche in Italia partecipare tutte le parti sociali, e i signori della politica con menti sgombre da pregiudizi.