“Opinioni” È il momento di nuove regole – di Renato Brunetta

27/05/2002



Sabato, 25 Maggio 2002



IL NODO DELL’OCCUPAZIONE

    È il momento di nuove regole
    di Renato Brunetta

    Ci sono stati molti errori e molte cose non dette nel nuovo e difficile dialogo tra Governo e Parti sociali dopo il 13 di maggio 2001. E tutta questa afasia, condita di risentimenti, tentativi di rivincita, soprattutto in campo sindacale, ha prodotto un confuso gioco non cooperativo a somma negativa, in cui, amaramente tutti hanno finito col perdere: perde il Governo che subisce e non governa come vorrebbe; perde il Sindacato che fa più cattiva politica che buona contrattazione; perde Confindustria che si ritrova tra i piedi il conflitto in una fase delicatissima della ripresa economica. E il grottesco è che, per come si sono messe le cose, appare estremamente difficile per tutti fare marcia indietro, senza perdere insopportabilmente la faccia, riconoscendo, reciprocamente, le ragioni dell’altro. Questa grave situazione di stallo dovrebbe, dunque, far riflettere tutti i giocatori (almeno quelli in buona fede), magari inducendoli a ripercorrere autocriticamente tutte le fasi della partita sin qui giocata, per vedere dove si è sbagliato. E da questa autocritica far riprendere finalmente il confronto: un reale riconoscimento incrociato di errori, infatti, non darebbe vantaggi a nessuno e consentirebbe di rilanciare il dialogo su basi cooperative, di lungo periodo, a vantaggio di tutti. D’altra parte, che le relazioni industriali in Italia siano in crisi non è cosa di questi ultimi mesi, perchè l’incomunicabilità viene da lontano. Quando Berlusconi vince le elezioni la concertazione è già morta da tempo. Le divergenze tra la Cgil e la Cisl dopo il fallimento del Patto di Natale del ’98 diventano incolmabili, ai limiti dell’insulto. E i Governi della sinistra più che amici si riducono ad essere ostaggi del fondamentalismo di Cofferati, che già da allora inizia la sua lunga marcia per un’egemonia non solo in ambito sindacale. Insomma si è passati dallo schematismo ipocrita e salvifico della concertazione centralizzata degli ultimi anni, tutta regole, riti, consenso e conservazione, al "nuovo dialogo sociale" di oggi, senza regole condivise, con tutti contro tutti, a giocare ciascuno partite ufficiali e partite parallele, chi col coltello tra i denti, chi col coltello nascosto dietro la schiena. È in una tale situazione che la Cgil, dopo gli accordi separati sull’"avviso comune" in tema di recepimento della direttiva europea sui contratti a termine, e sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici, decide di fermare un gioco che l’avrebbe vista sempre e costantemente perdente. Per questo punta tutto sulla valenza evocativa e coalizzante rappresentata dall’art. 18: una strategia "one shot", tutta retoricamente costruita sulla asserita difesa di "diritti fondamentali" che non hanno tempo e spazio, che non sono trattabili, o scambiabili , che fanno stare o di qua o di là. Il gioco di contrasto riesce: gli altri sindacati sono obbligati a convergere. A questo punto non resta che prendere atto di questi caotici e inutilmente conflittuali mesi di relazioni sindacali; smetterla col muro contro muro e tentare una strada alternativa, pena la distruzione del capitale sociale "fiducia" alla base di qualsiasi nuova possibilità di dialogo e collaborazione nel futuro. D’altra parte è proprio nei momenti di massima conflittualità e incomprensione, quando cioè sono evidenti le conseguenze negative dello status quo, che si massimizzano le probabilità di accordo. E l’idea da cui partire potrebbe riguardare proprio le "regole del gioco". Nuove regole del gioco servono come l’aria, e il Governo dovrebbe fare il primo passo per recuperare al dialogo, tra le parti, le essenziali condizioni di fiducia, dal momento che non può che essere il Governo il principale produttore del bene pubblico fiducia. Morta la concertazione (dopo i fasti del ’92 e l’agonia improduttiva dal ’96 in poi), bisogna chiaramente esplicitare e rendere condivise proprio le nuove regole del "dialogo sociale". L’Europa, da questo punto di vista, può essere di aiuto, anche se servono ovviamente opportuni adattamenti a scala nazionale. Il metodo europeo del "coordinamento aperto" (si fissa di volta in volta un obiettivo, come quello di Lisbona confermato a Barcellona sull’innalzamento del tasso di occupazione, e si cercano gli attori per la sua realizzazione) e dell’"avviso comune" sono strumenti di grande utilità, purché se ne definiscano con chiarezza i tempi e i contenuti. In altre parole sia avendo riguardo al recepimento di direttive europee in campo sociale, sia relativamente a riforme che implichino leggi a carattere solo interno (ovviamente in linea con gli impegni dell’Unione) le Parti sociali sono chiamate ad una convergenza sulle nuove regolazioni prospettate. Se questa convergenza c’è, il Governo ne prende atto, e porta a termine coerentemente il procedimento legislativo di riforma. Se la convergenza non c’è, in tutto o in parte, l’esecutivo deve comunque procedere, cercando il massimo consenso possibile con chi ci sta. Ciò che conta è che non ci siano pregiudiziali, né da una parte, né dall’altra, e che non si cerchino, pregiudizialmente, accordi separati. In questo senso le regole del "nuovo dialogo sociale" dovrebbero inevitabilmente e utilmente indurre anche una certa qual competizione tra giocatori: senza coalizioni predeterminate vince, infatti, chi sa di più e meglio interpretare gli interessi generali, partendo dalla propria visione del mondo, con alleanze via via variabili. Il Governo, da parte sua, dovrebbe garantire la costanza del metodo, il rispetto dell’agenda, il mantenimento degli impegni presi, la verifica dei risultati. Le parti dovrebbero, a loro volta, riconoscere al Governo il diritto-dovere di governare e di realizzare il suo programma, senza frapporre veti. Questo "accordo quadro sul metodo" dovrebbe essere il Governo ad offrirlo alle altre parti, garantendo tempi, risorse, verifiche, per ciascun round di volta in volta avviato: dagli ammortizzatori sociali, al Mezzogiorno, dal welfare pensionistico, all’emersione del sommerso, delle strategie di politica economica (in occasione della preparazione del Dpef), alla politica fiscale. Insomma non più concertazione centralizzata paralizzante e conservatrice, ma dialogo sociale "aperto" per le riforme. L’annuncio che il gioco del "dialogo sociale" verrà ripetuto nel tempo, con un’agenda credibile, anche se di volta in volta variabile, farà inoltre aumentare i costi d’uscita. Chi si ritira all’inizio, più o meno pregiudizialmente, non solo rinuncia ai possibili benefici del primo round negoziale, ma finisce per autoemarginarsi rispetto anche a quelli seguenti. Allargare la lista e la credibilità del menu in discussione aumenta inoltre, i margini di scambio, e quindi, le probabilità di successo della triangolazione negoziale. È chiaro che questo "accordo quadro" dovrebbe, oltre che ripristinare l’agenda e l’orizzonte temporale, articolarsi anche spazialmente, investendo le regioni (e gli altri livelli locali di governo) in ragione dei loro nuovi compiti previsti dalla recente riforma del Titolo quinto della Costituzione. Fin qui il "nuovo dialogo sociale" triangolare (Governo e Parti sociali), cui andrebbe affiancata una nuova e altrettanto innovativa stagione di contrattazione bilaterale (solo tra parti sociali), sui temi del salario, della produttività, della flessibilità, della partecipazione, del nuovo modello contrattuale, con particolare riferimento alle esigenze produttive e occupazionali della ripresa in atto. Insomma quello che serve è un altro "accordo di luglio" che ripristini la fiducia tra le parti e apra una nuova stagione di relazioni sindacali efficienti, pragmatiche, non ideologiche e di stile europeo. Ne ha bisogno il Governo, ne hanno bisogno le parti sociali, ne ha bisogno il Paese.