“Opinioni” Da Cofferati una proposta del tutto fuori mercato – di Giuliano Cazzola

07/05/2002





Da Cofferati una proposta del tutto fuori mercato
di Giuliano Cazzola

È davvero un guaio, ma le proposte all’esame del Comitato direttivo della Cgil sono la prova che il sindacato di Cofferati non ha intenzione di partecipare, in modo costruttivo, al negoziato sugli ammortizzatori sociali. Oltre a ribadire la pregiudiziale dello stralcio dell’articolo 10 della delega (quello che modifica parzialmente l’articolo 18 dello Statuto), sulle altre materie in discussione la Cgil sta elaborando una linea che sembra pensata apposta per farsi dire no. A parte la rivendicazione di un maggior onere di 5 miliardi di euro per far fronte alla riforma della indennità di disoccupazione e all’estensione del reddito minimo di inserimento (prendiamo atto con favore che la Cgil si è riconciliata con questo istituto di lotta all’esclusione, nei confronti del quale nutriva parecchie riserve), la richiesta più clamorosa riguarda la cosiddetta estensione dei diritti – inclusi gli ammortizzatori sociali e la garanzia di non essere licenziati senza giusta causa (con tanto di reintegro appresso) – nei confronti di tutti i lavoratori "economicamente dipendenti". In questa definizione dovrebbero entrare anche quei collaboratori coordinati e continuativi che hanno un rapporto prevalente con un solo committente (sono più del 90%). È chiaro che una posizione siffatta avrebbe effetti devastanti sul mercato del lavoro, le cui distorsioni non sono la conseguenza di un disegno perverso, ma l’effetto di regole rigide e discriminanti che scaricano su di una parte dei lavoratori – i nuovi occupati – tutta la flessibilità occorrente. Inoltre, si tratta di una proposta che ingesserebbe il mercato del lavoro, quando tutte le esigenze e le raccomandazioni vanno in direzione contraria: una proposta, quindi, del tutto "fuori mercato", che non si incrocia con le altre, all’attenzione del Governo e dei soggetti sociali. Si direbbe, dunque, che l’azione della Cgil sia rivolta a consegnare alla propria base argomenti di propaganda per continuare una lotta solo politica. È assodato che ci sia la necessità di una riscrittura dei diritti, in una logica di uguaglianza e di maggiore unitarietà del mondo del lavoro; ma un percorso banalmente aggiuntivo è insostenibile. Del resto, lo dimostra, in maniera inconfutabile, un dato di fatto. Nella passata legislatura (con un Parlamento caratterizzato da una maggioranza diversa dall’attuale che esprimeva esecutivi di Centro-sinistra, particolarmente sensibili alle istanze dei sindacati e segnatamente della Cgil) era stato addirittura presentato un progetto di legge – per la disciplina dei contratti atipici – che aveva compiuto un bel po’di navetta tra le due Camere, fino a essere sostanzialmente accantonato (per contrasti interni alla stessa coalizione di governo) per le eccessive rigidità che avrebbe introdotto in un settore che, negli ultimi anni, ha rappresentato – nel bene e nel male – un volano per l’occupazione. Ebbene, quel disegno di legge – che aveva creato imbarazzi anche nei sindacati – non conteneva affatto una pratica estensione ai collaboratori della disciplina prevista dall’articolo 18 dello Statuto. Che senso ha affidarsi, adesso, alle ritorsioni?

Martedí 07 Maggio 2002