“Opinioni” Barriere che cadono – di Valerio Castronovo

14/02/2002

Barriere che cadono
di Valerio Castronovo

� ancora presto per parlare della nascita, nell’ambito dell’Unione europea, di un "asse" italo-inglese, con una sponda a Madrid, in alternativa al direttorio franco-tedesco. Ma pare che ce ne siano tutte le premesse, a giudicare dalla coincidenza di orientamenti fra Roma e Londra delineatasi negli ultimi mesi su pi� di un versante. A cominciare dalla politica estera. Tanto marcata, o comunque senza significative screpolature (a differenza dall’atteggiamento non privo di riserve critiche di Parigi e Berlino), risulta a tutt’oggi l’adesione di entrambi i Governi all’indirizzo del presidente americano Bush. E sono note le larghe attestazioni di credito di Blair e Berlusconi nei riguardi della Russia di Putin. Ora, con la firma di un documento comune che invoca una maggiore flessibilit� del mercato del lavoro e una totale liberalizzazione dei settori dell’energia e dei trasporti, si � aggiunto un altro importante tassello nello sviluppo dei rapporti italo-inglesi. Giacch� l’intesa test� siglata riguarda due questioni rilevanti per il coordinamento nell’Europa dei Quindici delle politiche economiche e sociali nazionali, al centro dei lavori del prossimo vertice di Barcellona che, stando ai fermi propositi del presidente di turno Jos� Maria Aznar, dovrebbe sciogliere infine il nodo altrettanto cruciale che spinoso delle riforme strutturali. Certo, � perlomeno singolare che una cos� esplicita sintonia fra Roma e Londra su problemi di tale ampiezza e valenza politica sia emersa per opera, da un lato, di una coalizione di Centro-destra e, dall’altro, di un Governo laburista. Quando tutto lasciava presumere sino a poco tempo addietro, alla luce delle vicende del passato come delle esperienze pi� recenti, che ben altri sarebbero stati gli interlocutori pi� consoni, per parte italiana, a dialogare e a intendersi con i laburisti inglesi. Vale la pena ricordare a questo riguardo che furono soprattutto i socialdemocratici e i socialisti, unitamente ai repubblicani, a perorare nella seconda met� degli anni 60 l’ammissione della Gran Bretagna nella Cee contro il veto di De Gaulle.
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Riforme, un asse che attraversa gli steccati ideologici
Valerio Castronovo
A Londra erano subentrati alla guida del governo dal novembre 1964 i laburisti con Harold Wilson; e in Italia i loro compagni di fede politica ritenevano che l’ingresso dell’Inghilterra nell’Europa dei Sei avrebbe contribuito alla democratizzazione delle istituzioni comunitarie. Tant’� che Nenni, in veste di ministro degli Esteri del primo governo Rumor, si rese promotore nell’aprile 1969 di una "Dichiarazione italo-britannica" in cui si auspicava che all’Inghilterra venissero aperte al pi� presto le porte della Comunit� europea. Anche se poi furono i conservatori, tornati al potere, a concludere positivamente nel 1972 gli estenuanti negoziati fra Londra e Bruxelles. D’altra parte, � appena il caso di rammentare che negli anni 80 furono i socialisti e i comunisti, insieme alla sinistra democristiana, a denunciare con pi� risolutezza, come socialmente iniqua, la rigorosa politica neo-liberista di Margaret Thatcher, e a sperare poi in una resurrezione elettorale del Labour Party che estromettesse da Downing Street i successori della "lady di ferro". Cos� che, all’indomani della vittoria riportata, contro tutti i pronostici, da Tony Blair nel 1997, vari esponenti dell’Ulivo volsero lo sguardo verso Londra: tanto pi� in considerazione del fatto che quanto stava bollendo nella pentola del New Labour aveva tutta l’aria di essere congeniale ai programmi del governo di Romano Prodi. Poich� Blair intendeva imprimere un maggior dinamismo al sistema economico, al passo con i mutamenti strutturali determinati dalla rivoluzione informatica e dalla globalizzazione del mercato, ed elaborare al tempo stesso una strategia che connotasse, in termini sostenibili dalle finanze pubbliche e in modo pi� appropriato ai nuovi scenari del post-fordismo, i diritti di cittadinanza sociale e i congegni del Welfare State. In pratica, ferma restando l’esigenza di proteggere le fasce pi� bisognose della popolazione, lo Stato avrebbe dovuto assolvere soprattutto al compito di "aiutare la gente ad aiutarsi", creando nuove opportunit� di lavoro e di autorealizzazione. E ci� significava investire di pi� nell’istruzione pubblica e in servizi di formazione continua, promuovere lo sviluppo della ricerca, sgombrare il campo da vischiosit� corporative e burocratiche nonch� da altri vincoli alla crescita delle risorse e a una fruizione generalizzata dei suoi benefici. Non �, beninteso, che la "Terza via" teorizzata da Antony Giddens e fatta propria da Blair fosse una strategia dai poteri taumaturgici. Tuttavia essa era quanto di meglio in termini propositivi era scaturito dalle file della socialdemocrazia europea per cercare di conciliare le regole di un’economia di mercato e le nuove traiettorie del capitalismo post-industriale con determinate finalit� d’interesse collettivo e con i doveri di solidariet� ed equit� sociale. Fatto sta che nell’Internazionale socialista furono allora gli italiani, insieme ai tedeschi (al contrario dei francesi, rimasti per lo pi� diffidenti), a prestare maggior udienza alle tesi del New Labour per il passaggio dal "Welfare State", esposto al pericolo di un collasso, alla "Welfare community" (in modo da utilizzare nei servizi mutualistici anche l’apporto dei privati in conformit� a criteri fissati dallo Stato) e al "Workfare State" (al fine di venir incontro a quanti fossero privi di qualsiasi tutela sociale). Che si potesse costruire intorno a questa direttrice di marcia (anche se non la sola) un nuovo progetto riformista, sia quale antidoto al rischio di una "mercantilizzazione" della societ� sia quale leva per governare i cambiamenti in atto, lo riconobbero, seppur con alcune varianti rispetto al modello blairiano, i principali rappresentanti dell’Ulivo, e non solo Giuliano Amato. D’altronde, come dimenticare che nel marzo 2000 D’Alema, allora a capo del governo, mise a punto con il premier inglese l’idea di una "lettera-manifesto" sull’esigenza di politiche innovative in materia di lavoro e di ammortizzatori sociali, salvo tornare indietro all’ultimo momento? � risaputo come in quella e in altre circostanze i tentativi di ridefinire, ancorch� con il metodo della concertazione, sia i vecchi meccanismi del sistema previdenziale sia le tradizionali regolamentazioni in ordine ai rapporti di lavoro, si scontrarono puntualmente con gli sbarramenti opposti in primo luogo dal massimalismo della Cgil, nonch� con le pregiudiziali ideologiche della sinistra pi� ortodossa. Col risultato che si fin� per accantonare alcune soluzioni intonate al liberalsocialismo del New Labour, mentre solo d’un soffio si evit� una fuga in avanti verso le "35 ore" sua scia della "gauche plurielle" francese. Non c’� perci� da sorprendersi se ora Blair, nell’intento di spingere a fondo il pedale delle riforme, per sbloccare innanzitutto i processi di liberalizzazione contro le resistenze della Francia, e non potendo contare per il momento sull’appoggio di Schr�der, alle prese con i guai dell’economia tedesca, si sia indotto a cercare altri partner, diversi da quelli d’un tempo, purch� disposti a dargli una mano. Del resto, se il premier inglese riuscisse a spuntarla, si procurerebbe una carta in pi� per convincere i suoi connazionali a dargli via libera, a tempo debito, per l’ingresso della Gran Bretagna nel club dell’euro. Ma se da un lato risultano chiari gli obiettivi di fondo e di prospettiva perseguiti da Londra, non si pu� dire per ora altrettanto per quelli che si prefigge il governo italiano, al di l� del conseguimento di una credenziale inglese (pi� che scontata) a suffragio di una modernizzazione del mercato del lavoro. C’� insomma da chiedersi se siamo alla vigilia di una precisa scelta di campo per il futuro o di un semplice "giro di valzer".

Gioved� 14 Febbraio 2002