“Opinioni” Articolo 18, non c’è pasticcio- di Michele Tiraboschi

16/07/2002

16 luglio 2002



Articolo 18, non c’è pasticcio

di Michele Tiraboschi

In un intervento apparso su «La Repubblica» di domenica Pietro Ichino ha sostenuto che lo schema di delega contenuto nel Patto per l’Italia in materia di revisione dei criteri di computo ai fini dell’applicazione dell’articolo 18 è un «pasticcio giuridico», come tale destinato a dare lavoro solo agli avvocati. Se è consentito dare seguito alla sottile ironia con cui Ichino ha analizzato lo schema di delega occorre quantomeno precisare che, in realtà, le categorie avvantaggiate sono più d’una.

È sotto gli occhi di tutti come l’acceso dibattito sull’art. 18 abbia sin qui dato lavoro non solo agli avvocati, ma anche a un vero e proprio esercito di professori universitari, sindacalisti, giornalisti e soprattutto polemisti di varia natura. Volendo tuttavia restare al merito dei problemi sollevati, devo tuttavia in questo caso dissentire nettamente da Ichino per almeno due ordini di argomentazioni. Rispetto al primo problema, quello della temporaneità o meno della misura che prevede il non computo dei nuovi assunti, la lettera dello schema di delega è chiara e non vedo come si possa parlare di "pasticcio giuridico". La misura, in sé e per sé considerata, ha carattere sperimentale e temporaneo. Il non computo dei nuovi assunti è infatti previsto unicamente con riferimento ai rapporti di lavoro instaurati nell’arco di tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi. Solo a seguito di verifica circa gli effetti della misura sulla dimensione delle imprese Governo e parti sociali potranno decidere eventuali proroghe o altre misure. Decorso il triennio, e in assenza di un intervento del legislatore, la misura è inevitabilmente destinata a decadere posto che trova applicazione, per espressa previsione legislativa, unicamente per i rapporti di lavoro stipulati nel corso del triennio. Altra cosa è, per contro, la questione del regime giuridico (reintegrazione o risarcimento) applicabile alle imprese, una volta decorso detto termine di sperimentazione. È evidente, e anche logico, che i lavoratori assunti nel triennio saranno esclusi dal computo anche una volta decorso il triennio; così come saranno invece computati, per le predette imprese, tutti i lavoratori assunti prima e dopo la sperimentazione. La misura non avrebbe altrimenti senso e non avrebbe alcun effetto incentivante sul presupposto che nessuna impresa si arrischierebbe a superare la soglia dei 15 sapendo con certezza che, una volta decorso il triennio, rientrerebbe automaticamente nel campo di applicazione dell’art. 18. Oltre a quanto desumibile dalla ratio dell’intervento de quo, dispone inequivocabilmente in questo senso anche la lettera dello schema di delega, laddove prevede tout court il non computo dei lavoratori assunti nell’arco del triennio. Non mi soffermo ulteriormente, essendomi già espresso sui dubbi di legittimità costituzionale della misura subito sollevati dalla Cgil e ora ripresi da Ichino. Il punto è decisamente critico, ma una costante giurisprudenza della Corte costituzionale ha sin qui validato rilevanti deroghe al principio di parità di trattamento in presenza dei requisiti della temporaneità e della proporzionalità della misura rispetto agli obiettivi perseguiti (creazione di occupazione aggiuntiva). Non ritengo del resto corretto neppure parlare di deroga all’art. 18, visto che la misura ipotizzata nel Patto per l’Italia attiene unicamente ai criteri di computo e non alla sostanza delle tutele che, peraltro, vengono confermate per chi già oggi rientra nel campo di applicazione del regime della stabilità reale. Decisivo è invece cogliere il senso del secondo problema sollevato da Ichino, allorché afferma che lo schema di delega è soprattutto un "pasticcio politico". La scarsa chiarezza del dato normativo, ci dice, non potrà che rafforzare l’idea diffusa che il nostro diritto del lavoro non debba essere riformato. Forse Ichino ha ragione, e le polemiche sollevate a margine della firma possono essere una parziale conferma. Vorrei tuttavia rispondere a questo rilievo invitando tutti, senza retorica e intenti celebrativi, a rileggere quanto scrisse Marco Biagi a margine di una vicenda sostanzialmente analoga, quella cioè relativa alla interpretazione da dare alla nuova disciplina del lavoro a termine (d.lgs. 368/2001). Una disciplina frutto anch’essa, come noto, di un accordo separato e di cui subito si disse che avrebbe dato lavoro solo agli avvocati. «Sul piano pratico – scriveva Biagi nel suo commentario del 2002 sul nuovo lavoro a termine edito per i tipi di Giuffrè, e così avrebbe sicuramente scritto oggi per difendere le ragioni di un progetto di modernizzazione a cui aveva dedicato a tempo pieno gli ultimi mesi della sua vita – la vera riforma deve essere non normativa ma culturale, proprio a partire dallo spirito con cui si andranno a interpretare le norme del decreto che qui si commenta. La modernizzazione del mercato del lavoro è un processo particolarmente complesso e delicato che richiede da parte di tutti quell’atteggiamento positivo nei confronti dei cambiamenti che da tempo ci viene richiesto dalle istituzioni comunitarie. Ciò che viene oggi richiesto non solo agli operatori pratici ma anche alle parti sociali e agli studiosi del diritto del lavoro è quello di provare ad abbandonare una cultura (anche giurisprudenziale) costruita sul sospetto e sulla diffidenza».