“Opinioni” Ammortizzatori più equi – di Giuliano Cazzola

10/04/2002





Ammortizzatori più equi
di Giuliano Cazzola

È ora di mettere i puntini sulle "i" delle parole "ammortizzatori sociali", un tema che sembra essere all’ordine del giorno, nel confronto tra Governo e parti sociali, dopo che i sindacati avranno consumato il rito dello sciopero generale. Intanto, mentre i ministri parlano di welfare to work, i sindacalisti e gli esponenti dell’opposizione mettano le mani avanti, sostenendo che non è possibile riformare a costo zero le prestazioni rivolte a sostegno del reddito e alla promozione del lavoro. Volendo, si potrebbe ricordare che il medesimo obiettivo (l’invarianza degli oneri) era contenuto nella delega (poi divenuta legge) sulla riforma degli ammortizzatori sociali varata dai Governi di Centro-sinistra e che tale provvedimento venne accantonato perché, nella passata legislatura, non si trovarono 0,77 miliardi di euro (1.500 miliardi di vecchie lire) che sarebbero bastati ad avviare un sostanziale riordino della materia. Ora, assistiamo a un modo invero singolare di affrontare il problema: anziché presentare dei progetti, si sparano delle cifre relative a quanto sarebbe necessario spendere in più. Così, con riferimento all’euro, Sergio Cofferati parla di 10 miliardi, Giuliano Amato si accontenterebbe di meno di 5 miliardi, per Savino Pezzotta sarebbero sufficienti di 2,6 miliardi. Si direbbe quasi che non si tratti di innovare istituti vigenti ed operanti da decenni, ma di costruire ex novo un assetto di protezione. Le cose stanno diversamente. La tavola sopra dimostra che (dal 1996 al 2001) ai trattamenti definiti "ammortizzatori sociali" sono stati dedicati impieghi finanziari non secondari, sia nella quota ordinaria di natura previdenziale (per altro caratterizzata da saldi attivi poiché le entrate contributive sono superiori alla spesa), sia nella quota assistenziale (Gias) interamente coperta – da alcuni anni – dai trasferimenti dal bilancio dello Stato. Così sarà anche nel prossimo futuro. Non è mai una buona politica, quando si usano risorse economiche, limitarsi a giustapporre il nuovo al vecchio, senza trasformare e riconvertire. Se i contributi andassero a finanziare, infatti, le prestazioni per cui sono riscossi, vi sarebbero stanziamenti importanti (forse non ancora sufficienti) per implementare forme diverse di protezione sociale. Si aggraverebbe, però, il deficit delle gestioni pensionistiche (che ora usufruiscono, nell’ambito del bilancio unitario dell’Inps, dei surplus provenienti dalle altre prestazioni previdenziali), a meno di non contenere l’evoluzione della spesa. Come si vede, l’assetto delle pensioni fa capolino ad ogni pie’ sospinto ed è la causa principale dell’immobilismo esistente, da troppi anni, nel campo delle politiche sociali e del lavoro. Bisogna mettere in conto, allora, un incremento sostenibile degli oneri per gli ammortizzatori sociali, in un quadro più generale di riordino della materia. Infatti, non si possono estendere (a settori ora scoperti) le prestazioni, senza redistribuire le modalità di tutela. Gli eventuali nuovi interventi, allora, non possono soltanto essere aggiuntivi. In un contesto di maggior equilibrio della spesa previdenziale, che non sia requisita solamente dalle pensioni, occorrerà pure ricercare una distribuzione più equa tra i soggetti che già ricevono i benefici e coloro che ne sono esclusi. È il solito ragionamento: non è possibile dare tutto a tutti. L’estensione dei diritti, allora, deve necessariamente passare dalla loro riscrittura in termini più uguali e sostenibili. D’altro canto, non sembra neppure utile e opportuno che le nuove soluzioni nascano con le stimmate del modello statalista. Negli ultimi anni sono venute avanti esperienze negoziali e partecipative (gli enti bilaterali, per esempio), in grado di affrontare – nel territorio, che resta il terreno proprio dell’impresa diffusa – occasioni originali di protezione, mediante l’autofinanziamento delle categorie interessate. Anziché "nazionalizzare" e centralizzare – col solito incremento del prelievo obbligatorio – l’ampliamento del campo di applicazione degli ammortizzatori sociali, sarebbe più saggio, potenziare, magari con agevolazioni e interventi specifici, una rete di prestazioni integrative nel territorio, chiamando in causa anche i poteri conferiti alle Regioni in materia di lavoro, previdenza e formazione professionale.

Mercoledí 10 Aprile 2002