“Opinioni” A che cosa è servito disertare quel tavolo? – di Michele Salvati

10/07/2002


 
MERCOLEDÌ, 10 LUGLIO 2002
 
Prima Paginae pagina 14 – Commenti
 
IL CASO
 
A che cosa è servito disertare quel tavolo?
 
 
 
 
MICHELE SALVATI

VORREI porre una domanda a Sergio Cofferati, una persona a cui mi legano, oltre alla comune origine cremonese, simpatia personale e stima morale. Come mai, dopo i grandi successi della manifestazione di marzo e dello sciopero generale, non ha accettato tutti i tavoli delle trattative insieme con Cisl e Uil? Con la manifestazione e con lo sciopero aveva corso un rischio non piccolo: potevano andar male. Ha avuto ragione: nel mondo del lavoro, nella sinistra, esisteva ed esiste una profonda preoccupazione per come le cose stanno andando, una voglia di riscatto e di svolta. E dunque ha mostrato al mondo della politica che esiste un´opposizione sociale molto vasta e di cui bisogna tener conto. E dopo? Era inevitabile una linea tutta negativa, di difesa ad oltranza della bandiera?
Certo, s´era già molto esposto nel recente passato, con una valutazione del Libro Bianco, della delega sul lavoro e sulle pensioni, del progetto Maroni-Biagi che definire senza appello è quasi un eufemismo.
 Il termine "limaccioso", se non ricordo male, Cofferati l´ha usato a proposito del Libro Bianco, ed espressioni molto dure, anche se non altrettanto estreme, le ha ripetute in seguito, riferendole a persone e proposte del centro-destra. Ma i politici e i sindacalisti ci hanno abituato a ben altre giravolte: poteva benissimo abbassare i toni e nessuno l´avrebbe rimproverato d´incoerenza. Non poteva non sapere che Cisl e Uil avrebbero partecipato al tavolo e a questo egli poteva presentarsi come il campione dei lavoratori che aveva trascinato in piazza poche settimane prima. Invece di denunciare la modestia (un altro eufemismo) delle proposte del governo stando di fuori, poteva con più forza denunciarle dall´interno. Poteva influire sull´atteggiamento degli altri sindacati. Poteva pretendere la congiunzione dei vari tavoli (come si fa a ottenere quattrini veri per gli ammortizzatori sociali, se non si toccano simultaneamente altri aspetti del sistema di welfare, e in particolare la previdenza?). Perché non l´ha fatto? Perché ha scelto una linea d´opposizione a oltranza?
Una spiegazione l´ha data ier l´altro Ilvo Diamanti su questo giornale, con una brillante descrizione di Cofferati come "il grande oppositore". Quella dell´opposizione intransigente è una posizione politica che paga tra lavoratori preoccupati del loro posto di lavoro e oppositori di sinistra demoralizzati e Cofferati ha il prestigio per impersonarla in modo perfetto: come sindacalista ha alle spalle quasi solo successi, non ha dovuto subire le pesanti compromissioni della politica politicante, è innocente della sconfitta elettorale: ma è inutile ripetere quanto ha già detto Diamanti. Poniamoci allora un´altra domanda: perché Cofferati ha voluto svolgere, o di fatto ha svolto, il ruolo del grande oppositore? Quale che sia la definizione che Cofferati dà a tale ruolo (e non ho dubbi che darebbe a esso una definizione sindacale, perché il sindacalista deve saper alternare momenti di compromesso con momenti d´intransigenza), si tratta di un ruolo che inevitabilmente lo sbalza in politica: Cofferati è diventato il punto di riferimento e il leader potenziale d´una vasta area che s´estende dalla sinistra Ds a Rifondazione, passando attraverso Verdi e comunisti italiani. E per ciò stesso l´avversario di un´altra vasta area, che comprende (è ancora così?) la maggioranza dei Ds e Margherita.
È una buona spiegazione. Ma solleva un´ulteriore domanda: perché Cofferati si è buttato in quest´avventura rischiosa? L´ipotesi più plausibile, suggerita da innumerevoli dichiarazioni, è quella che Cofferati si senta investito del compito – come sindacalista e, se necessario, come politico – di difensore ultimo dei valori profondi della sinistra, d´una sinistra da lui identificata con il movimento operaio. Difensore ultimo perché buona parte dei politici del suo stesso partito, a suo giudizio, questi valori li hanno compromessi. È proprio la serietà e l´intransigenza con cui egli affronta quel compito, la critica (di solito implicita, ma non per questo meno tagliente) nei confronti dei dirigenti politici dei Ds, il capitale di consenso che la Cgil rappresenta e, non ultimo, la natura della destra berlusconiana, che induce alle armi anche molti liberali puri, anche persone del tutto estranee al movimento operaio; insomma sono questi motivi insieme che hanno fatto di Cofferati il punto di riferimento d´una parte importante della sinistra italiana.
E questo solleva un problema politico su cui ho già scritto di recente ma sul quale le ripetizioni giovano. Nella sostanza, e limitandoci alle politiche economico-sociali (non le uniche, ma ancora le più importanti per definire destra e sinistra), oggi abbiamo nel centro-sinistra due aree, due posizioni, non opposte, ma nettamente diverse. Una è quella di coloro che hanno fatto i conti con le trasformazioni economiche e sociali intercorse dalla fine dell´età dell´oro fordista, quella nella quale si sono formati gran parte dei leader politici e sindacali della sinistra. L´altra è quella di coloro che tali conti non li hanno fatti, di coloro che pensano che la sinistra debba ancora identificarsi col movimento operaio di un tempo e i suoi tradizionali obiettivi. I primi sono coloro che la pensano come Schroeder a Blair, gli altri come Lafontaine e Cofferati, e mi scuso di queste brutali semplificazioni che non userei se avessi più spazio. Nulla d´irrimediabile, nulla che condanni il centro-sinistra alla sconfitta, purché la prima area sia egemone e abbia un leader dotato del carisma necessario a contrapporsi a Berlusconi. Oggi non è così: un leader della sinistra liberale non è in vista, i dirigenti Ds cavalcano un partito diviso tra le due aree, e il leader di maggior carisma oggi disponibile – Cofferati, appunto – è andato a rafforzare l´area più tradizionale. E questo è un guaio: frammentata tra vari partiti, timorosa di strappi, intimidita dai sindacati e dai loro conflitti, la sinistra liberale tra la Margherita e i Ds non riesce neppure a fare ciò che saprebbe fare benissimo: un disegno di riforma del welfare e della legislazione del lavoro che sviluppi gli spunti della Commissione Onofri del 1997, che mostri in dettaglio come coniugare compatibilità economiche e attenzione vera per gli strati più deboli della nostra società. La vicenda del progetto di legge Amato-Treu su una riforma complessiva della legislazione del lavoro parla da sola: pronto da tre mesi, è ancora oggetto di defatiganti negoziazioni tra i vari partiti del centro-sinistra e chissà quando (e con quali annacquamenti) verrà depositato.
Ma torniamo alla domanda da cui sono partito: come mai Cofferati non s´è seduto al tavolo delle trattative? Non sedendosi, avrebbe ottenuto due danni certi: un danno sindacale, conseguente all´indebolimento del fronte contrattuale; un danno politico, perché avrebbe riaperto la vecchia piaga del collateralismo e creato gravi difficoltà all´interno del centro sinistra. Sedendosi, poteva contrattare e si lasciava comunque aperta la porta di non firmare. E non sulla base di un punto di principio che è sempre meno capito. Poteva non firmare sulla base della mancanza di un disegno complessivo di tutele. Poteva, come ho già detto, contestare la frammentazione dei tavoli e richiedere una discussione d´insieme. Ma proprio questo è il punto. Intrappolato in una logica difensiva del sistema passato, condizionato dalla difesa degli interessi dei suoi iscritti, il sindacato non ha un disegno convincente e universalistico di riforma da contrapporre a quello del governo, che pure fa acqua da tutte le parti: non ce l´ha la Cgil, non ce l´hanno Cisl e Uil. Sfilarsi dal confronto dietro un punto di principio, evitare una discussione di merito a tutto campo e una saldatura dei tavoli, in fondo è stata una scelta abile: è stato l´abbandono di un vascello, quello della concertazione, che già imbarcava molta acqua negli ultimi tempi del centro-sinistra e ora è destinato a infrangersi contro gli scogli dell´incredulità generale e del risentimento dei lavoratori.
È questa un´ipotesi troppo maliziosa?