Operai e sindacato, parte la controffensiva

30/07/2010

Tra qualche giorno a Pomigliano si faranno le «pulizie» per preparare le linee alla produzione della nuova Panda. La Fiat da Torino ha ribadito di voler continuare per la propria strada rimuovendo qualsiasi «ostacolo », ma soprattutto di fare dello stabilimento Giambattista Vico il luogo di sperimentazione del nuovo stile del Lingotto, senza confronto e con continui aut aut sulle regole; pochi diritti e solo doveri, come Sergio Marchionne ha ribadito a più riprese. Così all’ombra del Vesuvio si riparte, con un investimento da 700milioni di euro, certo, ma con una newco, fuori da Confindustria, aggirando il contratto nazionale, e soprattutto cercando di imbavagliare i sindacati. La scusa è quella a cui l’azienda ha abituato in queste settimane: le colpe sono di organizzazioni poco serie e di lavoratori scansafatiche. «Sfaticati? Ci manca solo questo. Con il nuovo modello di lavoro, il wcm, abbiamo dato più volte prova di affrontare sfide difficili e di averle superate. Nella produzione dell’Alfa 156 e 147 siamo stati una bandiera della Fiat, con cui hanno vinto la macchina dell’anno e il volante d’oro. Quanto all’assenteismo, è il momento di sfatare un mito sulla nostra fabbrica, prima della cig eravamo al 3,7%, assolutamente al di sotto della soglia fisiologica ». Sebastano D’Onofrio a Pomigliano lavora da 22 anni alla catena di montaggio; dal 1989, l’anno delle mille assunzioni subito dopo il passaggio di proprietà dall’Alfa Romeo agli Agnelli. Ne ha viste di tutti i colori, «momenti bui e critici, mac’è sempre stato il confronto e si è andati avanti». Ora però qualcosa è cambiato; nel nuovo managment le decisioni sono unilaterali, e lo sconforto tra gli operai palpabile. Il cellulare di Sebastiano squilla a ripetizione, lui Rsu Fiom, accoglie le paure dei compagni, per le risposte bisogna prima capire i termini delle novità. «Non ci lasciano molta scelta – dice – siamo tutti in difficoltà, o aderisci a questa società o ti puoi trovare inmezzo alla strada. Io credo che i vertici ci vogliano costringere a relazioni lavorative polacche o serbe, dove hanno tutti i benefici e nessun onere;ma le fabbriche assistite non hanno mai decollato. Metteteci poi che il nostro governo è completamente assente; è chiaro che ci troviamo in questa situazione, e la Fiat può permettersi con gli utili di spartire i dividendi tra gli azionisti e lasciarci a becco asciutto». Lunedì ci sarà un incontro regionale Fiom: «Spero che l’azienda non ci metta in condizione di dover subire un altro ricatto, e soprattutto di dover essere in competizione con gli operai degli altri paesi, che prendono 400 euro al mese. Parlano di futuro, ma questa è una barbarie». Anche Antonio Di Luca è una tuta blu di lungo corso, con le giuste preoccupazioni di chi, monoreddito, ha una famiglia con tre figli: «Ma non è una questione personale, qui è in pericolo la democrazia, i diritti e le garanzie di ogni cittadino; perché come lo ha fatto Fiat, domani chiunque potrà chiudere una società e riaprirla con le regole che più gli piacciono». Le attenzioni si concentrano però sulle risposte. La disdetta sui permessi sindacali può rappresentare l’ennesimo atto ricattatorio, ma alla Fiom e ai lavoratori preme frenare Marchionne e fargli riaprire il confronto. «Le limitazioni alla libertà e le sanzioni su scioperoe malattie sono un problema – dice Mario Di Costanzo, Rsu – È una vecchia strategia Fiat buttare sul tavolo queste scelte a cavallo delle ferie. In ogni caso essere fuori dal ccnl non significa poter derogare a leggi, statuto dei lavoratori, costituzione». La Fiom preannuncia azioni legali, ricorsi e conflitto sociale. Anche perché le assunzioni nella newco non partiranno a settembre, ma dopo un anno di cig. «Temo – spiega Andrea Amendola, segretario regionale – che dietro la newco ci sia dell’altro.Masgari degli esuberi dietro l’angolo, magari ’comandati’. E poi basta con la cattiva letteratura. Si è arrivati a questo solo perché i sindacati sono poco seri? Fim e Uilm hanno sempre detto sì; se siamo noi i ’cattivi’, continueremo ad esserlo perché abbiamo a cuore i lavoratori».