Opa della Margherita sulla Cisl

02/02/2006
    giovedì 2 febbraio 2006

    Pagina 5 – Primo Piano

      MARINI REGISTA – SI PREPARA ANCHE LA SUCCESSIONE ALLA GUIDA DEL SINDACATO

        Opa della Margherita sulla Cisl
        Ma Pezzotta resiste, per ora

        retroscena
        Fabio Martini

          ROMA
          Franco Marini si tolse lo zucchetto nero che d’inverno gli tiene calda la testa, accese la pipa e aprì la porta del suo studio: uno dopo l’altro entrarono Raffaele Bonanni, segretario in pectore della Cisl, Pier Paolo Baretta, segretario aggiunto anche lui in pectore e Sergio D’Antoni che della Cisl è stato il leader per anni. Per due ore – quel martedì 17 gennaio in via Sant’Andrea delle Fratte 16, sede nazionale della Margherita – si discusse del futuro del secondo sindacato italiano e anche di come accompagnare gentilmente alla porta Savino Pezzotta, che della Cisl è il segretario in carica. Certo, un summit d’altri tempi: vedersi in una sede di partito per discutere gli assetti di un sindacato è davvero una scena da Pci Anni Cinquanta o da Dc Anni Sessanta. Eppure, sulla strada della “conquista” della Cisl da parte della Margherita, si è messo di traverso l’”orso bergamasco”, quel personaggio ostico che si chiama Savino Pezzotta. Hanno fatto trapelare che era tutto fatto, che per lui era pronta (e accettata) una candidatura come capolista della Margherita al Senato in Lombardia e invece è Pezzotta stesso a smontare il castello di boatos: «A tutt’oggi non ho ricevuto alcuna proposta formale. Uno è candidato quando firma e invece questa vicenda mi sembra un po’ un teatrino e io alla politica non sono proprio molto interessato…». E sussurra: «E di amici non ne ho molti».

            Certo, Pezzotta starà pure tirando la corda. Quella chance da capolista della Margherita al Senato in Lombardia pare non gli garbi troppo, preferirebbe presentarsi nella lista dell’Ulivo ma a quel punto il posto in lista (alla Camera) scivolerebbe verso posizioni più in ombra (il numero “due” o, peggio, il “tre” in Lombardia, dove il capolista è Prodi). Alchimie che i politici sanno come aggiustare. Ma chi conosce lo spigoloso Pezzotta – e soprattutto chi ha parlato con lui – non esclude colpi di scena. Un no clamoroso alla sua candidatura alle Politiche, che farebbe precipitare il puzzle sapientemente costruito in casa Marini.

              Perché l’avvicinamento della Cisl alla Margherita (o viceversa) ha pochi precedenti nella storia più recente del sindacato. All’inizio di questa legislatura Pezzotta aveva stretto un rapporto con Gianfranco Fini e successivamente era andato a trovare Pier Ferdinando Casini. Senza mai stringere. E ripetendo come in un refrain: «Il sindacato non ha amici in politica». Poi il graduale, sempre più intenso avvicinamento alla Margherita, il partito nel quale il capo-macchina è un ex segretario della Cisl come Franco Marini e nel quale si è alfine ricollocato l’inquietissimo Sergio D’Antoni, un altro ex capo cislino. La prima svolta nella Cisl si consuma nel Consiglio generale, 19 luglio 2005, che conferma Pezzotta segretario: tra i colonnelli il più votato è Raffaele Bonanni, un abruzzese (come Marini) che ha fatto il segretario regionale in Sicilia (la terra di D’Antoni). Bonanni stacca nettamente i possibili successori di Pezzotta graditi al segretario, che sarà comunque costretto a lasciare la leadership nel 2008, allo scoccare del suo sessantacinquesimo compleanno.

                Segue un periodo di conflitti interni, in autunno Marini si vede con Pezzotta e gli offre una candidatura in Parlamento. Il segretario resiste, ma l’accerchiamento della Margherita si stringe. Sino a configurare una sorta di neo-collateralismo? «La Cisl ha molte anime – dice un battitore libero del partito di Rutelli come Ermete Realacci – c’è persino una frangia operaia lombarda che vota Lega. Il problema non è la vicinanza culturale a questa o quella forza politica, ma quello di non avere scambi organici tra ceti dirigenti». Dice Pino Pisicchio, figlio di uno dei dirigenti Cisl diventati deputati dc: «Siamo ad un collateralismo meccanicistico, politicamente irrilevante. Per 20 anni i dirigenti cislini che entravano in politica erano espressione di un ceto operaio al Nord, impiegatizio al Centro, bracciantile al Sud. Da Marini in poi la Cisl diventa espressione di fasce elettorali piccolo-borghesi che trovano un contenitore in quel sindacato. E i dirigenti che entrano in politica finiscono per rappresentare poco più che sé stessi».