ONU: 56^ Commissione sulla condizione delle donne


ONU: 56^ Commissione sulla condizione delle donne. Le proposte del sindacato internazionale per il documento conclusivo
06/03/2012

Proseguono i lavori della 56ma Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite (CSW56) su “Empowerment delle donne rurali e loro ruolo per lo sviluppo e l’eliminazione della povertà e della fame”.

La discussione si articola in molteplici conferenze, incontri interattivi tra rappresentanti delle istituzioni e della società civile, dibattiti solo tra interlocutori esperti e/o aperti alla pubblica partecipazione. Il sindacato internazionale quest’anno riesce ad assicurare una propria presenza in quasi tutti gli eventi, grazie anche ad una puntuale organizzazione e previsione dei contributi.

Ogni mattina, prima degli incontri stabiliti, la delegazione sindacale si riunisce proprio per scambiare informazioni e concordare le presenze secondo il calendario di attività prefissato.

Venerdì 2 marzo, completata la presentazione degli emendamenti da parte dei Governi, sono ufficialmente cominciate le negoziazioni sul documento finale, che in quest’ultima formulazione raccoglie molte delle proposte sindacali sui diritti ed il lavoro dignitoso (soprattutto nelle richieste dell’Unione Europea). Allo stato, è in campo una ferma opposizione degli Stati Uniti sia ad accogliere il concetto di “decent work” che a lasciare la richiesta di “piena occupazione” (full employment) insistendo per sostituirla con “occupazione produttiva” (productive employment).

I dibattiti hanno sottolineato come il tema trattato dalla CSW56 sia centrale per lo sviluppo globale, se si pensa al contributo delle donne alla sicurezza alimentare quando ancora un miliardo di persone soffre la fame. A New York in questi giorni i sindacati hanno ribadito l’esigenza di adottare delle misure concrete affinché le donne abbiano accesso alla proprietà della terra, al credito, ai servizi pubblici, alla protezione sociale e giuridica, ai mercati ed all’uso delle tecnologie. Sono obiettivi ancora di difficile realizzazione, alla luce dei molti e gravi problemi evidenziati che riguardano questa parte del mondo del lavoro. Su 1,4 miliardi di persone che versano in grave povertà, almeno un miliardo vivono in aree rurali. L’agricoltura è un importantissimo settore di attività, in cui le lavoratrici sono mediamente il 41,35% del totale, percentuale molto più alta nei Paesi dell’Africa sub-sahariana e del sud-est asiatico. Eppure, nonostante il peso e l’incidenza del ruolo, la loro condizione è spesso ignorata dai politici, legislatori, ricercatori ed accademici.

Nel settore agricolo e globalmente sono diffuse negazioni e violazioni dei diritti fondamentali previsti dalle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) come la libertà di associazione ed il diritto di contrattare collettivamente, l’eliminazione delle forme di discriminazione, l’uguaglianza al lavoro e l’eliminazione del lavoro minorile, il lavoro forzato e in schiavitù. Spesso, le ispezioni non esistono. Alle donne in molte situazioni non vengono riconosciuti i diritti sulla maternità, anzi viene loro richiesto anche il test sulla gravidanza prima dei contratti stagionali o a termine. L’assenza di servizi pubblici si traduce in una quantità di lavoro non pagato che grava sempre sulle spalle delle lavoratrici a detrimento del lavoro retribuito: la raccolta dell’acqua, della legna per il fuoco, per cercare l’assistenza medica, incluse la prevenzione e la cura dell’AIDS, ne sono esempi. Secondo uno studio della Banca Mondiale, le donne dell’Africa sub-sahariana dedicano il 65% del loro tempo spostandosi a piedi da un luogo all’altro per assicurare le prime necessità alle loro famiglie. Di conseguenza c’è anche una grande differenza quantitativa del lavoro delle donne rispetto agli uomini. Intervenire sulle infrastrutture ridurrebbe drasticamente questi elementi di povertà.

Il lavoro agricolo è uno dei più pericolosi sia per la salute che per la sicurezza di chi lo effettua. Le donne sono soggette a subdole forme di ricatto, soprattutto per la stagionalità dei contratti, e non sono rare le molestie sessuali da cui devono difendersi. Le donne delle zone rurali sono una delle fasce più colpite dai tagli della spesa sociale, a seguito delle privatizzazioni e della riduzione del ruolo pubblico in economia.

La bassa partecipazione e rappresentanza femminile nei processi decisionali, che nelle zone rurali è un problema più marcato che nelle zone urbane, porta inevitabilmente a priorità, politiche e programmi squilibrati.

L’educazione universale rimane il punto chiave per lo sviluppo. L’eliminazione del lavoro minorile, porre fine ai matrimoni delle bambine e il miglioramento della salute delle donne, a cominciare dalla maternità, passano incondizionatamente dall’istruzione scolastica delle bambine e delle ragazze. Un punto chiave, se si pensa non solo che tra le bambine delle zone agricole e delle comunità indigene ci sono i minori tassi di alfabetizzazione, ma anche che i due terzi della popolazione mondiale ancora analfabeta è costituita da donne.

Secondo il sindacato internazionale, sono questi i problemi da affrontare, insieme all’eliminazione dello sfruttamento minorile e all’accesso ad una base di protezione sociale, per definire programmi e politiche di riduzione della povertà.

A cura di: Silvana Cappuccio – Rosanna Rosi