Omnia quota i precari in borsa

12/02/2007
    sabato 10 febbraio 2007

    Pagina 10 – CAPITALE & LAVORO

      Omnia quota i precari in borsa

        Presto a Piazzaffari, il gruppo acquisterà il call center Wind.
        È un groviglio di scatole cinesi e azionisti off shore.
        Cocoprò pagati a ore e committenti come Inps, Inail e H3G

        Antonio Sciotto

        «In pronto, chiudere e riaprire, in pronto!». Nel call center della Omnia di Milano i team leader battono i piedi e le mani, urlano su dipendenti e cocoprò per velocizzare i ritmi, non c’è un attimo di respiro («in pronto» vuol dire appunto lasciare il cliente per prendere quello in coda). Siamo in uno dei centri di un’azienda sempre più sotto i riflettori dopo la decisione di rilevare il call center Wind di Sesto San Giovanni con i suoi 275 dipendenti: l’altra notizia è che la Omnia Network (la holding madre che controlla una serie di altre società) è il primo gruppo di call center a quotarsi in Borsa, secondo per dimensioni solo alla Cos Almaviva di Alberto Tripi (il padrone di Atesia), che però non è nei listini di Piazzaffari. I precari entrano dunque ufficialmente nel gotha della finanza (nei giorni scorsi la Borsa ha accettato la matricola, che attende solo l’autorizzazione della Consob per attivare gli scambi). Gli operatori della Omnia Network, divisi appunto in varie scatole controllate, sono 2500, ma parliamo solo dei call center: se teniamo conto che il gruppo svolge quattro attività principali (call center, logistica, noleggio apparati tecnologici e assistenza informatica) i lavoratori sono oltre 3 mila. Gran parte degli operatori dei call center sono cocoprò retribuiti a ore: l’azienda ha di recente avviato le trattative con i sindacati per la stabilizzazione, ma il timore è che riesca a imporre lo stesso tipo di contratti siglati alla Cos, ovvero part time di sole 4 ore.

        Il rischio maggiore, però, sia per i lavoratori Wind che si preparano a entrare in Omnia (salvo riescano a impedire la cessione) che per gli stessi operatori già assunti o stabilizzandi, è costituito dalla struttura stessa del gruppo, che è quanto mai «volatile». Innanzitutto nella composizione interna: 14 società, spa e srl, «scatolette cinesi» che possono essere chiuse o vendute con estrema facilità, magari per esaurimento di qualche commessa (si va dalla Omnia service e Omnia group alla Wecall4you, passando per Vox2web e Vox2web enterprise, Omnia call, Omnia Logistic, Ifcwww Cargo, Tecnocopy studio e Omniacopy, Conversa, Web global renting e Consorzio Geting; fino all’Acroservizi, in affitto). Ma «volatile» è soprattutto l’insieme degli azionisti, tutte società offshore con sede all’estero: il 45% del pacchetto sta in mano alla Okw, società lussemburghese di proprietà del presidente e dell’amministratore delegato di Omnia Network, Piervittorio Rossi e Achille Tranchida. Ci sono poi la Art Invest Ltd, la Plot Twenty-three Ltd, la Technology 13 Ltd, la Lestia Ltd, la Knightley Ltd, la Gesler Kft, la Technology 22 Ltd. Una vocazione prettamente finanziaria, dunque, più che industriale, e per questo i lavoratori hanno motivo di temere.

        Omnia Network è nata nel 1995 e il fatturato nel 2005 è stato di 166 milioni e 299 mila euro; le sedi sono 22 in tutta Italia. Vengono applicati, secondo la Slc Cgil nazionale, 5 contratti diversi: metalmeccanico, telecomunicazioni, commercio terziario, commercio trasporti e protocollo Assocallcenter. I committenti vanno da big pubblici a grandi privati: Inps, Inail, Mediaset, Fastweb, Tele 2, H3G, Fineco vita, Woolwich, Eni, Albacom.

        Tornando a Milano e ai lavoratori, il call center di Via Breda (750 operatori, di cui 300 a tempo indeterminato e il resto precari) è particolarmente «pesante»: i lavoratori a progetto passano da contratti di soli 15 giorni a 6 mesi, vengono retribuiti dai 7,50 ai 12,50 euro all’ora, per arrivare a un netto mensile che in media non supera gli 850 euro. La commessa H3G è davvero dura: «Capita che i team leader chiedano di fare fino a 10 ore di lavoro al giorno – spiega Dafne Irti, Rsa della Filcams Cgil – e non è raro che alcuni lavoratori facciano 12-13 giorni di seguito senza riposo. Così come in estate: fino a 40 giorni con soli 3 di riposo. E’ chiaro che puoi rifiutarti, ma magari non ti rinnovano il contratto. Su H3G è stato firmato un contratto di servizio che lega la commessa a una produttività altissima, dunque la pressione è incredibile. Inoltre i turni sono fissati anche per i parasubordinati, e con il preavviso dal venerdì al lunedì successivo: e se non vai al lavoro devi pure avvertire». Per la stabilizzazione si pensa che l’azienda proporrà i part time a 4 ore, ma i cocoprò si sono riuniti in assemblea e hanno deciso di accettare solo contratti di 6 o 8 ore, altrimenti si andrà allo sciopero.

        A Bitritto, in provincia di Bari, si trova il contact center di Inail e Inps: vero e proprio lavoro pubblico svolto in affitto presso una società privata da 180 cocoprò. Gli inbound sono pagati 6,37 euro lordi l’ora, ma tra Putignano e Modugno ci sono altri 300 addetti che, se lavorano in outbound, prendono 4,50 euro lordi l’ora. Si fanno in media 600 euro netti al mese, dunque la gran parte degli operatori fa almeno due lavori per tirare a campare. Una lavoratrice ci spiega che dalle 9 alle 13 lavora in un call center di riscossione crediti, e dalle 14 alle 20 alla Omnia: «Dopo 10 ore le orecchie mi ronzano e non voglio parlare con nessuno. Peraltro qui le uniche visite mediche che ci hanno fatto sono quelle alla vista. Per l’udito in tre anni non si è visto un medico». Per i tre call center baresi il responsabile del personale Alessio Palenzona ha proposto una stabilizzazione con part time di 4 ore, ma gli operatori puntano almeno a 6. Per Giovanni Russo, della Slc barese, si devono coinvolgere al tavolo anche i committenti: «Per Inps e Inail, ad esempio, il sindacato ha chiesto l’internalizzazione del servizio – spiega – Ma quello che si può fare al minimo è legare l’appalto a una garanzia dei posti di lavoro. Il problema a monte però sono le leggi, ed è giusto che la Cgil faccia pressione per le modifiche legislative: devono cambiare le regole su esternalizzazioni e appalti, altrimenti è inutile stabilizzare i lavoratori in entrata, perché poi le aziende hanno mano libera in uscita, con la cessione di ramo d’impresa».