Oltre la Fiom, tra chi ha detto «no» molti giovani senza tessera

24/06/2010

Nel mondo capovolto di uno stabilimento dove l’angoscia e la speranza si mescolano, «le rivoluzioni non servono, perché ci abboffano di mazzate e basta», biascica Vincenzo, classe 1968, reparto finizioni, uno di quelli del sì «critico», che adesso prega la Madonnae «il Padreterno del Lingotto, il signor Marchionne: siamo nelle sue mani», e stavolta il fatalismo napoletano c’entra poco. Del fuori sincrono di Pomigliano con l’asse della globalizzazione senza diritti Vincenzo, in fondo, non è che una faccia: la stessa degli operai polacchi, o turchi, o serbi. Un volto pulito da padre di famiglia, che a 24 ore dal Grande Ossimoro, ovvero la vittoriosa sconfitta del sì, riesce a dire solo: «Questo è il Sud, 15mila famiglie aspettano notizie da Torino: continueranno a mangiare, o dovranno fare la fame?». Alle due del pomeriggio fuori ai cancelli del «Vico» fa un caldo boia; il cielo è coperto ma la temperatura è tornata a salire: nel mondo capovolto dello stabilimento sotto il Vesuvio anche il meteo impazzito ci mette del suo per esaltare le contraddizioni. Rapido giro, sondaggio veloce tra le poche decine di lavoratori di turno nel day after, e il fuori sincrono si materializza, nemmeno tanto a sorpresa.«Hanno votato no in massa i trentenni, quelli dell’ultima infornata di assunzioni. Ho 48 anni, se chiude lo stabilimento dove vado? Loro no, hanno tutta la vita davanti. Io, nonostante non abbia paura del lavoro, anche di quello più duro, sono già da rottamare. E chissà se arrivo alla pensione». BERE O AFFOGARE Paolo, pure lui del reparto finizioni, è entrato in fabbrica insieme a Vincenzo. Nel 1989: proprio mentre il Novecento si avvitava su se stesso, stritolando con furia iconoclasta sia l’utopia comunista che il grande compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro. Vincenzo, che da quando sta in cassa integrazione arrotonda con tutto ciò che gli capita a tiro, «perfino il volantinaggio a 50 euro al giorno fuori ai centri commerciali », ma anche Paolo, e Tommaso, che viene da Avellino per guadagnarsi la giornata intera una tantum, e da settembre 2008 guadagna 800 euro al mese pagandone 760 di mutuo per la casa, si sono lasciati trasportare senza porsi troppe domande dal fiume della flessibilizzazione coatta dei diritti e della globalizzazione selvaggia che mette loro, operai del primo mondo, in diretta competizione con i colleghi del terzo e del quarto. Proprio loro, che nel vecchio mondo c’erano nati, e cresciuti. Riuscivano a campare, e questo contava. Per questo hanno detto sì. Per paura: «Ci hanno fatto fare apposta due anni di cassa integrazione. Ci hanno condotti alla disperazione. Ora se chiude lo stabilimento, Marchionne si assume una responsabilità enorme», soffia Tommaso con un filo di voce, barba incolta e occhiaie. «Eravamo al bere o affogare. Ieri sera ne ho parlato con mio figlio di diciassette anni, e mi venivano le lacrime. Come faccio a dirgli che non gli posso dare i 10 euro che mi chiede per andarsi a fare un panino con la fidanzata? Un panino, nemmeno la pizza», rivela Paolo, che vive a Fuorigrotta, di fronte allo stadio San Paolo e, in 21 anni, si è dato malato solo tre volte. I trentenni hanno messo piede in fabbrica tra il 2001 e il 2006, in piena era global. Chi li ha visti lavorare, parla di operai modello: responsabili, reattivi alla catena di montaggio, veloci. Senza curarsi troppo della (brutta) fine delle vecchie bandiere, ne hanno issate subito delle nuove. Infischiandosene pure del paradosso che involontariamente alimentavano: la generazione meno ideologizzata che ingrossava le fila della Fiom, e del sindacalismo arrabbiato (e ideologico) di base. Nunzia, 32 anni, non ha votato perché lavora alla Fiat Service,«maavrei votato no. Mio marito, che ha la mia stessa età ed è carellista alla catena, ha votato no. Era una questione di libertà: non si può votare con una pistola puntata alla tempia». Ora Nunzia è «felice» per l’alta percentuale di no: «È venuto fuori l’orgoglio dello stabilimento. Ma ho anche paura: il no si salderà con i tanti sì disperati». Riportare in sincrono questo mondo capovolto sarà durissima.