«Ogni lavoratore ha perso 1.380 euro»

09/09/2004


            giovedì 9 settembre 2004

            «Ogni lavoratore ha perso 1.380 euro»
            La denuncia dell’Ires Cgil: negli ultimi tre anni salari tagliati. In 10 milioni a rischio povertà

            Raul Wittenberg


            ROMA Gli stipendi calano, il sindacato presenta il conto. Una mazzata di 1.380 euro in meno negli ultimi tre anni (quasi 2,7 milioni di vecchie lire) sul potere d’acquisto di uno stipendio medio di 22 mila euro l’anno. Retribuzioni reali dell’industria manifatturiera che per un single dal 1996 al 2002 risultano cresciute dello 0,2% contro il 23,4% della Francia o il 10% della Spagna: un divario destinato a crescere in maniera esponenziale fino al 2010, se non cambiano le cose. Inoltre 10 milioni di lavoratori stanno sotto i 1.350 euro al mese, di questi sono in 6,5 milioni ad arrangiarsi con meno di mille euro: le nuove povertà. Ve n’è ancora di indicatori del declino italiano, nello studio sui salari inflazione e produttività elaborato dall’Ires, l’Istituto di ricerche della Cgil, presentato ieri. Ma questi bastano a capire che nel nostro paese esiste davvero una questione salariale. Anzi, «s’impone», come dice il presidente dell’Istituto Agostino Megale, perché «dalle tasche dei 16 milioni di lavoratori dipendenti mancano 21-22 miliardi di euro».

            E bastano al leader della confederazione Guglielmo Epifani («manderemo con una lettera d’accompagno il dossier al governo e alle controparti») per lanciare un appello alla Confindustria, chiamandola ad una revisione del patto sociale del 1993 sulla contrattazione, per una più equa redistribuzione del reddito. Ovvero, potere d’acquisto tutelato guardando all’inflazione attesa e non a quella programmata; contratti da rinnovare senza ritardi; spartizione al 50% degli aumenti di produttività. Anche il governo parteciperà al Patto, come avvenne nel ‘93? Dice Epifani: «non vediamo da parte dell’Esecutivo il tentativo di indicare qualche soluzione», non si è degnato nemmeno di rispondere alla piattaforma unitaria di marzo, ha ripudiato la concertazione, ha bruciato ogni possibilità di confronto. Si profila dunque un patto fra i produttori per la redistribuzione della produttività nella contrattazione di secondo livello (aziendale, territoriale per le piccole imprese): infatti dal 1993 al 2001 la produttività è aumentata di 21 punti, di cui solo 3 sono andati al lavoro, provenienti solo per la metà dalla contrattazione.


            Un patto sindacati e imprese per uscire dalla crisi e aumentare la produttività con investimenti in innovazione tecnologica e ricerca, perché altrimenti c’è ben poco da redistribuire: nel 2002 la produttività è diminuita dello 0,4%, e dello 0,3% nel 2004. E a nessuna delle esigenze legate alla crescita risponde l’annunciata riduzione generalizzata delle tasse. Piuttosto il governo provveda a restituire il fiscal drag, ovvero la tassa sull’inflazione che quasi per un terzo (516 euro) ha contribuito a stroncare il valore delle buste paga negli ultimi tre anni. Oltretutto per fronteggiare le politiche di bilancio servono risorse, e sicuramente «non potranno più venire dai redditi da lavoro e da pensione». Servono risorse per una politica economica che favorisca la produttività, gli investimenti produttivi, la crescita delle imprese.
            A causare il tracollo dei salari (-1.380 considerando la produttività, -1.269 sull’indice dei prezzi Istat), dal cui calcolo sono esclusi i lavoratori del pubblico impiego e i precari, c’è quella che la Cgil chiama una «cattiva» politica dei redditi. Nel triennio 2002-2004 ha comportato una caduta del potere d’acquisto del salario pari a -1,9% (-1,4% secondo i dati Istat) contro quel +0,7% del triennio ’97-2001 quando la concertazione tra governo e parti sociali funzionava a pieno ritmo appesantendo la busta paga di 154 euro in più.


            E per il futuro non andrebbe meglio. Se nel 2005 i contratti si dovessero rinnovare con i tassi programmati dell’1,6% previsti dal Dpef, la riduzione del potere d’acquisto prevista a fine 2006 per un lavoratore con un retribuzione media di 22 mila euro sarebbe del 3,1% nel triennio 2004-2006, ovvero 2.022 euro in meno. Secondo la Cgil si perde potere d’acquisto perché l’inflazione programmata 2002-2003 è stata metà dei quella reale, perché si rinnovano contratti con un ritardo tra i 12 e i 24 mesi, perché l’inflazione Istat è sottostimata: occorre utilizzare la rilevazione dei consumi interni delle famiglie, compresi gli affitti.