“ogginItalia (3)” erlusconi: le imprese devono dare qualcosa

25/05/2005
    mercoledì 25 maggio 2005

      DOMANI PARTECIPERÀ ALL’ASSEMBLEA DELLA CONFINDUSTRIA
      Berlusconi: le imprese devono dare qualcosa
      Il premier per il momento preferisce non esternare sui rilievi Ocse
      ma avverte che il governo ha già fatto tutto quanto era possibile

      Ugo Magri

        ROMA
        GIÀ non sta troppo bene di salute, per colpa del raffreddore che lo tormenta da un paio di giorni. Poi c’è la partita del Milan stasera a Istanbul, che lui vive un po’ come il riscatto di un’annata avara di soddisfazioni e carica di simbolismi non solamente sportivi. Ecco dunque ieri, tra confezioni di fazzoletti Kleenex e scarabocchi di formazioni rossonere, un Silvio Berlusconi molto poco coinvolto dalle ultime fosche previsioni dell’Ocse e ancor meno desideroso di metterci su la testa. Il rientro a Roma dalla spedizione calcistica è atteso per le tre di notte, al massimo nelle lunghe ore di volo il premier potrà scambiare qualche opinionecon i collaboratori più stretti. E con loro decidere se prendere o meno la parola domani, all’Assemblea generale di Confindustria.

        Berlusconi eviterebbe di pronunciare discorsi impegnativi. Ufficialmente, perché non ha intenzione di rubare il palcoscenico alla «prima» di Claudio Scajola nelle vesti di titolare delle Attività produttive, un appuntamento che il ministro ligure ha preparato con cura. Suo sarà l’intervento a nome del governo, e stavolta il Cavaliere tiene a rispettare le forme. Al massimo, anticipano i suoi, parlerà a braccio pochi minuti illustrando alcuni concetti che si sono sedimentati nella sua mente, giusto il tempo di non sembrare scortese nei confronti del mondo imprenditoriale e di non diffondere un’impressione di freddezza.

        Escluso, da fonti attendibili, che voglia stupire la platea con effetti speciali, approfittando della circostanza per lanciare grandi proposte alle forze sociali, o addirittura patti strategici da qui al termine della legislatura.

        Berlusconi non è dell’umore giusto, quel feeling che lo legava ai capitani d’impresa s’è raggelato da tempo, difficile dire se sia più forte il dispiacere per le critiche ricevute o la tentazione di restituirle con gli interessi. Il tono sarà influenzato dai titoli dei giornali di domani, che il Cavaliere nega di leggere (sebbene abbiano il potere di guastargli la giornata). Ma la sostanza è che il governo ha già disposto quanto era in suo potere, la prossima carta (taglio dell’Irap) sarà anche l’ultima, adesso tocca a sindacati e imprese rimboccarsi le maniche poiché nessuno ha la bacchetta magica e se il Made in Italy perde colpi sui mercati, con gli investimenti che calano mentre le quotazioni di Borsa si impennano, dipende pure da loro…

        Questo sarà il nocciolo del ragionamento, secondo quanti hanno un filo diretto col premier. A cominciare da Domenico Siniscalco, nel quale Berlusconi continua a riporre fiducia. Davanti ai dati dell’Ocse il responsabile del Tesoro ha esortato tutti (gli industriali in primis) a domandarsi cosa possono fare per il Paese, non cosa può fare il Paese per loro. «E’ passato il tempo in cui si poteva chiedere e basta», è il ritornello che si ascolta nei palazzi governativi, ma non solo in quelli se è vero che Pier Ferdinando Casini ha fustigato ieri «pessimismo e sfascismo», esortando a «fare sistema nella dura pratica quotidiana», insomma a smetterla con certe critiche al governo perché la nave affonda con tutti a bordo.

          Poi si sa come la pensa Berlusconi: all’origine delle nostre disgrazie ci sono la sopravvalutazione dell’euro, l’impossibilità di svalutare la moneta come dodici anni addietro, l’invasione dei prodotti orientali e cinesi. Ci hanno messo in ginocchio la montagna del debito pubblico ereditato dai nostri padri, i lacci e lacciuoli di Bruxelles, la mancanza cronica di infrastrutture e, aggiungerà Berlusconi, quattro anni non bastano, ne servirebbero dieci per risalire la corrente. Insomma: il Cavaliere si concede tutte le giustificazioni del mondo, assolve il proprio operato, è intimamente convinto che nessuno avrebbe potuto dare alle imprese più di quanto ha dato e darà lui. Da domani, però, perché oggi si parla solo di pallone.