Oggi niente spesa

13/04/2001
   


13 Aprile 2001



 
Oggi niente spesa
Scioperano i dipendenti del commercio per il contratto. Ma Billé è democratico (a parole)
M. CA. – MILANO

Perché la Faid (la federazione della grande distribuzione) ha speso qualche miliardo per pubblicare ieri sui quotidiani un’inserzione apparentemente lapalissiana? Gli esercizi commerciali delle aziende associate, si legge nel comunicato, "saranno aperti al pubblico anche nella giornata di venerdì 13 aprile"; alla clientela sono assicurate "serenità e tranquillità d’acquisto in un momento così importante come le Festività Pasquali". Il non detto – per non incorrere nei rigori della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori – è lo sciopero, indetto per oggi per il rinnovo del secondo biennio del contratto nazionale del commercio (un milione e mezzo di addetti).
Le feste sarebbero più tranquille, replica Fabio Sormanni, segretario della Filcams Cgil lombarda, se le aziende aderenti a Confcommercio non avessero costretto i sindacati a interrompere le trattative. Nonostante si stiano espandendo a ritmi vertiginosi, nonostante la crescita dei consumi e quindi degli utili offrano un misero aumento salariale di 70 mila lire (per di più dilazionato) contro le 115 mila lire, appena sufficienti a tutelare il potere d’acquisto, chieste dal sindacato. La trovata della Faid, aggiunge Sormanni, oltre che "discutibile" e anche "pericolosa", mira a creare tensioni tra i lavoratori. "E’ il secondo sciopero nazionale che facciamo in otto anni, ce lo lasciassero fare tranquilli". Abbinata alla tattica pubblicitaria, per depotenziare lo sciopero le grandi catene ricorrerano anche questa volta alla tecnica collaudata di spostare quadri e manager dagli uffici ai banchi e alle casse. Un espediente che tiene alzate le serrande di supermercati e grandi magazzini anche quando le adesioni agli scioperi tra commesse e banconisti sono buone.
Billé, il gran capo della Confcommercio, civetta con Cofferati, e il segretario della Cgil ricambia. Al dunque, però, rompe le trattative sui soldi e sui diritti. Oltre che sul salario, le parti sono distantissime sulla normativa che riguarda le Rsu. E’ una "coda" ereditata dal precedente contratto, in cui molto incautamente il sindacato aveva accettato la clausola che riconosce le Rsu solo se alle elezioni pertecipa almeno il 51% degli addetti. Una zappata sui piedi. Se si pretende che quella clausola sia applicata alla lettera, ed è quel che ha fatto per prima la Esselunga, trascinandosi poi dietro l’intera Confcommercio, il sindacato sparisce in tutti i nuovi punti vendita. Dove i dipendenti sono quasi tutti assunti a termine e a part time, dove non c’è diritto d’assemblea. Sarà anche "forzata e strumentale" l’interpretazione che Confcommercio dà alla clausuola del 51%, certo però il sindacato dovrebbe prestare più attenzione a quel che firma.
Come per i metalmeccanici, il rinnovo del biennio economico si sovrappone a vertenze aziendali importanti. Questo il piatto forte (nelle intenzioni della Fiat) di quella per il gruppo Rinascente: sparizione del premio fisso consolidato, che per evitare rogne legali verrebbe corrisposto ad personam ai vecchi assunti; per i nuovi assunti, solo il premio variabile. E poi dicono che il sindacato difende i padri a scapito dei figli.