Ocse, l’Europa a rischio

01/04/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
077, pag. 3 del 1/4/2003
di Walter Ermili


Si fa più probabile un taglio delle stime del pil entro la prossima settimana.

Ocse, l’Europa a rischio Troppe incognite da mercati

Era già peggiorata prima dello scoppio della guerra in Irak la situazione dell’economia mondiale. Al punto che l’Ocse, ormai pronto a rivedere al ribasso le stime di aumento del pil di Eurolandia (una decisione in tal senso dovrebbe arrivare la prossima settimana), in un rapporto sulle tendenze dei mercati finanziari presentato ieri ma pronto dal 10 marzo scorso, aveva già lanciato l’allarme sulla probabile battuta d’arresto dei consumi nei prossimi mesi. Un rallentamento che potrebbe mettere ancora più in crisi l’economia dell’Europa, già alle prese con il calo della fiducia del consumatori seguito alla logorante attesa prebellica degli eventi in Irak. E che potrebbe diventare più grave se, come sembra possibile, alcune grandi banche europee finiranno per essere declassate dalle principali agenzie di rating e risulteranno quindi meno attrezzate delle loro colleghe Usa per sostenere la ripresa che prima o poi arriverà. È l’aumento della disoccupazione negli Usa e in Europa, in particolare, a preoccupare l’organizzazione di Parigi. L’Ocse, in particolare, sottolinea che al contrario degli Usa, che nell’ultima parte del 2002 hanno dato segni di miglioramento dell’economia, buona parte del resto del mondo continua a non dimostrare una sufficiente capacità di reazione agli eventi negativi degli ultimi anni. Per di più, aggiungono gli economisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il quadro clinico dell’Europa potrebbe aggravarsi a causa delle non brillanti prospettive dei mercati azionari, che potrebbero essere spinti verso il basso dalla ulteriore discesa dei prezzi dei titoli tecnologici, dei media e delle telecomunicazioni, tutti settori che dovrebbero scontare stime di utile troppo alte rispetto alla realtà. Il quadro tracciato dall’Ocse, insomma, è tutt’altro che rassicurante, soprattutto se si considera che non tiene conto degli sviluppi più recenti del conflitto in Irak. Ma già nei giorni scorsi era stato il Fondo monetario internazionale, in un rapporto ancora più allarmante, a chiarire che sarà quello che succederà una volta terminata la guerra a decidere se il pianeta entrerà in recessione o se invece si avvierà lungo sentieri di crescita e sviluppo. L’organizzazione con sede a Washington, in particolare, ha sostenuto la tesi che si potrà parlare di vera ripresa solo se la guerra in Irak, breve o lunga che sia, si concluderà con la sconfitta del terrorismo internazionale. Una affermazione che lascia poco spazio all’ottimismo, questa, se si considera la mobilitazione di gruppi armati e kamikaze già in atto nel mondo arabo contro gli alleati angloamericani. In ogni caso, anche l’Ocse, come il Fmi, si prepara a rivedere al ribasso le stime di crescita del’economia per l’anno in corso. Il segretario generale, Donald Johnson, nel corso della sua visita a Varsavia, ha detto che con ogni probabilità le previsioni che parlavano di un aumento del pil dell’1,8% in Eurolandia, del 2,6% negli Usa e dello 0,8% in Giappone saranno ridimensionate. Anche se è presto, ha aggiunto, per valutare gli effetti della guerra sull’economia mondiale. ´Non sappiamo ancora quale sarà l’impatto del conflitto’, ha dichiarato. ´In ogni caso, la nostra revisione al ribasso delle previsioni di aumento del pil continuerà a indicare comunque una crescita, ma non così robusta come sarebbe auspicabile’. Mentre Pedro Solbes, commissario Ue per gli affari economici e monetari, ha annunciato che per il momento i paesi del G7 non pensano a un intervento diretto per fare fronte agli effetti della guerra sulla congiuntura.