Ocse: 47 milioni di senza lavoro

08/07/2010

Sono quasi 17 milioni (500 mila in Italia) i lavoratori che hanno perso il posto nell’area Ocse – i 31 paesi più ricchi del mondo – tra la fine del 2007, quando il tasso di disoccupazione era al minimo record del 5,8% e il primo trimestre 2010 quando ha raggiunto un massimo post-bellico dell’8,7%. E le fila dei senza lavoro – 47 milioni in totale – sono destinate a diminuire lentamente è scritto nel rapporto, «prospettive dell’occupazione». La stima è una
disoccupazione ancora superiore all’8% a fine 2011. Il tasso di occupazione è sceso al 64,8% nel 2009 dal 66,5% del 2007-2008. Per tornare ai livelli pre-recessione servirebbe la creazione di quasi 18 milioni di posti dei quali 657 mila in Italia.
A peggiorare nettamente è stata l’occupazione dei giovani: -8,4%, mentre quelli con più di 55 anni hanno messo a segno un incremento dell’1,7%. Incremento legato in parte alla necessità di restare al lavoro per le perdite dei risparmi previdenziali causate dalla crisi finanziaria e anche dall’innalzamento dell’età di pensionamento. Drammatico è stato l’impatto sui precari (-7,7%), mentre i lavoratori a tempo indeterminato hanno retto (-0,6%). L’Ocse accende il faro anche su coloro che sono in qualche modo parte della forza lavoroma non stanno cercando attivamente l’occupazione e sui sotto-occupati, ovvero coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno,ma devono accontentarsi di orari ridotti. Aggiungendo queste due categorie, la disoccupazione in senso ampio nell’area Ocse e anche nel G7 risulta del 15% circa a fine 2009 contro poco più del 10% nel 2007. Secondo l’Ocse, una delle priorità della politica
deve essere creare le condizioni per una crescita più vigorosa dell’occupazione, perché in molti casi la ripresa economica non è abbastanza robusta da riassorbire i danni all’occupazione causati dalla crisi. Oltre a sussidi temporanei per le assunzioni e agli sforzi per migliorare le qualifiche di quanti cercano lavoro, questo dovrebbe includere «un riequilibrio della protezione » del lavoro tra i contratti permanenti e i temporanei, che hanno pagato il prezzo più alto durante la crisi. In questo modo «si permetterebbe ai lavori a tempo determinato di funzionare
meglio come fase di passaggio verso un lavoro permanente e non come una trappola». In Italia con la crisi il tasso di occupazione, sceso dal 58,7% nel 2007 al 57,3%, è al quart’ultimo posto tra i Paesi industrializzati: solo di Messico, Ungheria e Turchia fanno peggio. Anche per l’Italia «è improbabile che la ripresa attuale porti a una significativa creazione di posti di lavoro nel breve termine»: la disoccupazione resterà agli attuali livelli (8,9%) o anche sopra almeno fino alla fine del 2011. L’Ocse stima che senza il ricorso alla Cassa integrazione – aumentata di oltre il 600% dall’inizio della crisi – la disoccupazione sarebbe stata quasi 4 punti percentuali più alta. L’Italia per l’Ocse è caratterizzata da una normativa del mercato del lavoro piuttosto rigida e da una limitata mobilità che ritarderà la ripresa. Sarebbe necessaria «una riforma strutturale dei contratti di lavoro», che implichi il riequilibrio della protezione tra contratti permanenti e temporanei. L’Ocse classifica l’Italia tra i Paesi in cui la recessione ha avuto nell’insieme un impatto meno duro sul lavoro. Tuttavia la maggiore parte del peggioramento è avvenuto nel 2009, che ha segnato un aumento dei senza lavoro di 1,5 punti percentuali, il doppio rispetto alla media Ocse. L’incremento della disoccupazione e la riduzione del tasso di occupazione sarebbero stati ancora peggiori, peraltro, se il numero delle ore lavorate durante la crisi se non fosse calato del 2,7%, il doppio della media dei Paesi industrializzati. L’Ocse tra l’altro rileva che mentre nella parte iniziale della crisi le perdite di lavoro sono state concentrate su contratti temporanei e atipici, ora sono più colpiti i lavori permanenti (-195mila lo scorso anno), nonostante l’aumento delle ore autorizzate di Cig (+26% negli ultimi tre mesi). E questo suggerisce che nei prossimi mesi, la Cig potrebbe essere insufficiente a fermare un nuovo aumento della disoccupazione. Con la crisi è aumentato (+10%) il lavoro part-time, in gran parte riconducibile a lavoratori che hanno accettato il tempo parziale perché non sono riusciti a trovare occupazioni a tempo pieno. Dall’inizio della crisi, più del 4% dei lavoratori in Italia hanno un part-time involontario, uno dei dati più alti dell’Ocse. Se al numero dei disoccupati ufficiali, si aggiungono anche i sottoccupati e coloro che vorrebbero lavorare, ma non cercano attivamente un’occupazione, l’incidenza dei senza lavoro – nelle stime dell’Ocse – si avvicinava al 20% Ma c’è di più: in Italia un giovane su quattro non ha lavoro e tra quelli che lo hanno uno su due è precario. In base alle statistiche Ocse i disoccupati a fine 2009 tra i giovani sono il 25,4%, con un aumento di 5 punti rispetto al 2007 e contro il 16,4% della media Ocse. Il 44,4% dei giovani con lavoro dipendente, inoltre, ha un contratto a tempo determinato, con un incremento di 2 punti rispetto ai livelli ante-crisi. I precari sono il 10,7% dei lavoratori tra i 25 e i 54 anni e il 14,6% delle donne. Resta peraltro molto basso in Italia il tasso di occupazione delle donne (46,4% contro la media Ocse del 56,5%. Il rapporto conferma che il part-time resta una prerogativa femminile: interessa il 30,5% delle occupate contro il 5,9% degli uomini.