Occupazione: va’dove ti porta il mercato

12/01/2001

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Venerdì 12 Gennaio 2001
commenti e inchieste
Occupazione, va’ dove ti porta il mercato

di Massimo Bongiovanni

Ancora un’Italia divisa. Tra il Nord, che vorrebbe assumere ma non trova manodopera, e il Sud, che la manodopera ce l’ha ma non riesce a garantirle occupazione. Ma anche tra il ministro dell’Industria e il ministro del Lavoro, tra le diverse anime del sindacato, tra le amministrazioni locali e il Governo. È ancora un’Italia divisa quella rappresentata ieri dal dibattito innescato dalla proposta del ministro dell’Industria, Enrico Letta, di favorire, attraverso uno strumento che sarà presentato il 18 gennaio, il trasferimento di lavoratori dal Mezzogiorno alle regioni settentrionali.

L’obiettivo di arginare la crisi dovuta alla mancanza ormai cronica di personale nelle aziende delle province più industrializzate (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri), verrebbe raggiunto con una banca dati centralizzata, in grado di mettere finalmente in relazione domanda e offerta di lavoro, e con alcune misure di sostegno anche per chi debba cercare (e pagare) una casa lontano dalla propria terra d’origine.

La prima reazione, quella se si vuole più imbarazzante, è scattata in seno al Governo. Non da parte del presidente del Consiglio Giuliano Amato, che ha evitato accuratamente la polemica, limitandosi a rilanciare il valore della flessibilità. Ma da parte del ministro del Lavoro Cesare Salvi che, a margine di un convegno a Reggio Calabria, ha bocciato con una battuta secca l’ipotesi di lavoro del collega Letta: «È evidente che il problema, oggi in Italia, non è portare i lavoratori al Nord, ma portare il lavoro al Sud. Questa è la priorità. E il Governo incentiva il lavoro al Sud, non lo spostamento di lavoratori al Nord».

Ma non basta, perché Salvi ha aggiunto una considerazione, risfoderando un antico cavallo di battaglia del sindacato: il problema della scarsa reperibilità di manodopera «va risolto con il mercato: se gli imprenditori non trovano lavoratori, vuol dire che offrono salari troppo bassi o contratti non validi».

Concetto contestato con enfasi da Guidalberto Guidi, consigliere di Confindustria per le relazioni industriali: «La realtà — spiega — è che i giovani non vogliono più andare a lavorare in fabbrica. Forse è anche colpa nostra, che non abbiamo saputo rendere attrattivo il lavoro in fabbrica, spiegare come le aziende sono cambiate. Ma è altrattanto vero che il saldo demografico negativo e l’elevata scolarizzazione rendono arduo trovare giovani disposti a entrare in fabbrica, anche se le condizioni sono favorevoli. Solo per fare un esempio, nelle concerie ci sono extracomunitari che oggi riescono a guadagnare anche 5 milioni al mese».

Il punto di maggior rottura sulla proposta di Letta, comunque, resta legato al timore che possa arenarsi l’industrializzazione del Sud. Sergio Cofferati, segretario generale Cgil, riassume: «Se un’azienda ha bisogno di allargare l’attività produttiva o di avviarne una nuova, è bene che si insedi nel Mezzogiorno. Non è proprio il caso di favorire ulteriori processi di congestione nel Nord». È la posizione del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Occorre portare il lavoro dove ci sono i disoccupati». Poco più morbido il segretario della Cgil pugliese, Domenico Pantaleo: è rischioso — dice — riproporrre «una massiccia dose di emigrazione come quella degli anni 50 e 60», anche se non va esclusa l’eventualità di «sostenere con incentivi e strumenti adeguati un ragionevole processo di mobilità». Contrario a rimettere in moto «la questione drammatica dell’emigrazione» anche il segretario della Cisl Sicilia, Paolo Mezzio.

Il buon senso, in realtà, suggerirebbe di puntare su entrambi gli strumenti: aiutare i disoccupati del Sud ad andare a lavorare al Nord e aiutare le aziende a investire al Sud. Ma sono pochi a sembrarne convinti. Lo è, ad esempio, il segretario generale della Fim, Giorgio Caprioli, che riconosce «sbagliato contrapporre il trasferimento di posti di lavoro al Sud alla mobilità di lavoratori verso il Nord». Lo è anche Guidalberto Guidi («Anche Confindustria sta studiando un progetto per mettere in relazione mercato del lavoro del Nord e del Sud»), che tuttavia aggiunge: «Non siamo in un’economia pianificata che può costringere aziende ad andare al Sud. E poi come si può pensare che una piccola impresa si trasferisca al Sud solo se vuole assumere dieci dipendenti? Ciò che si deve fare per favorire l’insediamento al Sud delle imprese di maggiori dimensioni è creare le condizioni necessarie. Servono sicurezza, infrastrutture e agevolazioni fiscali e contributive. E per ora non sono condizioni concrete».

Letta, infine, ha raccolto tempesta anche tra le amministrazioni locali. Una dura reprimenda è arrivata da Lorenzo Ria, presidente dell’Unione delle province italiane (nonché presidente della provincia di Lecce). Non ha gradito il mancato coordinamento con gli strumenti del mercato del lavoro già sul territorio, come i Centri per l’impiego (ex uffici di collocamento): «Nonostante la massiccia dose di decentramento introdotta nel nostro ordinamento, resiste una cultura centralista e ministeriale che ancora non cede il passo alle novità».

E Amato? Sull’argomento, il presidente del Consiglio, a margine di un convegno, ha preferito indicare le nuove frontiere del mercato del lavoro. La categoria di lavoratori che potrà affrontare queste nuove frontiere — ha detto — «è costituita da un’elite di persone che passa felicemente da un lavoro a un altro e che non ha alcun interesse per la stabilità del posto di lavoro. Anzi, la considera una fregatura. Sono i ragazzi e le ragazze più qualificati». La vera sfida «è trovare il modo per rendere più ampio possibile il numero di coloro che possono licenziare il proprio datore di lavoro».