Occupazione: una poltrona per tre

29/01/2001

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Lunedì 29 Gennaio 2001
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Una poltrona per tre

—firma—di Alberto Orioli

Un posto di lavoro è "una poltrona per tre". Su ogni singola nuova occasione d’impiego si catalizzano — in modo indiretto ma inequivocabile — i comportamenti di Governo, imprese e sindacati. Siamo in una fase di innegabile "lusso" per il mercato del lavoro in metà del Paese, che vive lo stato di grazia di piena occupazione, e di frustrante depressione per l’altra metà con tassi di disoccupazione del 20 per cento.

Le statistiche dicono meno del vero, però: al Nord la piena occupazione si accompagna a una impossibilità per le industrie di crescere o a una urgenza di rivedere il modello di sviluppo di certe aree e di certi settori; al Sud la disperazione apparente è camuffata dal lavoro nero o da forme di sviluppo alternativo e da potenti ammortizzatori familiari.

Una situazione che porta sfide per tutti, per il Governo, per le imprese, per i sindacati. All’Esecutivo spetterebbe creare le condizioni per il passaggio degli investimenti al Sud e della manodopera al Nord. Servono idee chiare sul futuro dell’economia e sulla fisionomia del Paese nel medio lungo periodo. Per attrarre investimenti bisogna rendere il territorio appetibile, con vantaggi sui costi, con una degna ricettività infrastrutturale e con idee chiare su quale tipo di business è bene "sponsorizzare".



Al Sud, ad esempio, sta sfondando l’hi-tech che, unito alle indubbie potenzialità dell’agroalimentare e del turismo, formulerebbe una innovativa miscela di sviluppo sostenibile. Ci sono 120mila miliardi di finanziamenti europei fino al 2006; potrebbe essere la volta buona.

Ai sindacati spetta l’onere di prendere atto che non c’è una sola Italia del lavoro, ma tante Italie dei lavori da assecondare nelle politiche retributive e di stabilizzazione dell’impiego. La parola d’ordine resta «flessibilità» per creare nuove formule di garanzie retributive e normative meno ipocrite dell’ipergarantismo che oggi favorisce il sommerso, impedisce la mobilità e distorce il sistema dello Stato sociale. Potrebbe diventare utile aggiornare le lenti con cui si guarda a questi fenomeni: la manodopera italiana aumenta la qualificazione del proprio titolo di studio, ma resta impreparata per la domanda di lavori prevalente che o è generica e di bassa qualificazione o a medio-alto contenuto di innovazione.

In entrambi i casi il Paese è spiazzato, ma gli stessi sindacati faticano a porre al centro delle loro rivendicazioni la qualità formativa e l’urgenza di affinare i meccanismi di previsione dei fabbisogni futuri di lavoro. Che impongono politiche lungimiranti di gestione dell’immigrazione e una diversa strategia nelle politiche sulla casa.

Anche per le imprese non mancano le sfide. Innanzitutto l’adeguamento degli standard di ricerca e di innovazione: così cresce il valore aggiunto delle produzioni, che è sempre il sale della competitività. Altrimenti non resta che rincorrere all’infinito vantaggi di costo, con politiche effimere di sostituzione dell’occupazione con sempre più ampie quote di immigrati. Il sommerso, poi, è un problema di tutto il sistema produttivo perchè, tra l’altro, favorisce la concorrenza sleale. Tuttavia non è inopportuno riflettere se l’Italia di oggi non sia ormai in grado di uscire definitivamente da certi business incompatibili con lo status di settimo Paese industrializzato del mondo. Sostituirli con produzioni a più alto valore aggiunto e di maggiore qualità è una sfida per tutti.

—firma—Alberto Orioli