Occupazione: Più lavoro senza cadere nella giungla

01/02/2001

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Giovedì 1 Febbraio 2001
commenti e inchieste
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Più lavoro senza cadere nella giungla

ROMA Un mercato del lavoro che deve modernizzarsi, senza però diventare una giungla. Rilancio del dialogo sociale e del ruolo delle parti sociali, con una «ripresa del riformismo già dal prossimo vertice di Stoccolma». Romano Prodi parla in collegamento video alla Conferenza nazionale sul lavoro e lancia un messaggio che suona come musica alle orecchie del ministro del Lavoro, Cesare Salvi, seduto in tribuna. «Possiamo raggiungere il traguardo di aumentare i posti di lavoro senza rinunciare alla giustizia sociale», afferma il Presidente della Commissione Ue. E aggiunge: «La giungla non è mai stata e non sarà la cultura dell’Europa». Guai, quindi, ad imitare la ricetta degli Stati Uniti: non fa per noi. Il Vecchio Continente deve seguire, secondo Prodi, una strada diversa per vincere la sfida del lavoro: coniugare sviluppo e solidarietà.

Prodi è il primo a parlare nella tavola rotonda di ieri pomeriggio, alla quale erano presenti i ministri Enrico Letta e Livia Turco (Industria e Solidarietà sociale), i sottosegretari all’Università e Pubblica istruzione Guerzoni e Manzini. Il Commissario Ue mette l’accento sui pericoli e sulle opportunità dell’allargamento ad Est dell’Unione europea: «L’inclusione di altri dodici Paesi creerà un mercato grandissimo che darà vita a molti posti di lavoro in più», ma questo ampliamento dovrà essere gestito attentamente per evitare che «crei tensioni e drammi ingovernabili». È abbastanza scontato, ha aggiunto Prodi, che ci sarà un trasferimento di attività da un Paese all’altro, con una maggiore mobilità: ci sarà alla fine più benessere, ma governando il processo. Prodi non nasconde la sua preoccupazione per il fatto che negli ultimi anni il dialogo sociale sia finito in secondo piano e che si siano verificate differenze dei redditi nel mondo del lavoro, con una rassegnazione da parte dei lavoratori a vedere salari che cadono al di sotto di certi livelli tollerabili e altri che salgono in modo consistente. «Non si può andare a caccia di un lavoro qualunque, dobbiamo creare lavoro buono», ha insistito Prodi. Così il modello europeo può vincere la sfida della globalizzazione, puntando sulla formazione e sul lavoro di qualità.

Se Prodi parla di dialogo sociale, Enrico Letta rilancia la concertazione come «modello che ha funzionato» ed «eredità positiva per la prossima legislatura». Il ministro dell’Industria ha sottolineato i risultati del Governo: maggiore flessibilità, «anche se gli imprenditori ne chiedono sempre di più», un avvicinamento tra Nord e Sud. Oggi imprenditori che vogliono investire nel Mezzogiorno secondo Letta hanno un ventaglio di convenienze. Vanno fatti comunque, aggiunge il ministro, una serie di interventi: una revisione della programmazione negoziata, un indirizzo sempre più mirato della 488 che nel 2001 potrebbe essere allargata anche alle nuove tecnologie. Quanto al decentramento degli incentivi, sta andando avanti a macchia di leopardo: «La scelta di fondo va mantenuta, ma alcune Regioni hanno chiesto al Governo centrale di mantenere la gestione di alcuni leggi per un biennio perché non sono in grado di mettersi a regime», dice Letta. Serve un forte ammodernamento anche dei mercati finanziari. Mentre la presidenza italiana del G7 dovrà rilanciare il dialogo per una riforma degli organismi internazionali per il commercio, a partire dal Wto. Restano cose da fare, quindi, ma Letta condivide il giudizio del sottosegretario Raffaele Morese: questa è stata la legislatura maggiormente pro-labour della storia della Repubblica.

Se tutti, compresa Livia Turco, insistono sul bisogno di un «lavoro di qualità», arrivano come una sciabolata le parole del sottosegretario all’Università, Luciano Guerzoni, che spara a zero sugli atenei italiani definendoli «un vero disastro sociale». La qualità va a braccetto con la formazione: ma per Guerzoni «il numero di laureati e la loro occupabilità non riguardano l’università italiana». Il 44% dei giovani diciannovenni si iscrive all’università, contro il 22% della media Ue. Ma qualche anno dopo i dati si rovesciano, con il 60% dei nostri studenti che abbandonano senza aver raggiunto il titolo. Negli ultimi 25 anni, ha continuato il sottosegretario, ci sono stati 25 milioni di non laureati: «altrettante risorse di lavoro qualificato perdute».

—firma—Nicoletta Picchio