Occupazione, il «miracolo» non si vede

21/03/2005
    lunedì 21 marzo 2005

      Occupazione, il «miracolo» non si vede
      I vecchi Co.co.co. diventano partite Iva, giovani e donne non si iscrivono nemmeno al collocamento

        Giampiero Rossi

          MILANO Bruno Vespa stava in piedi alle sue spalle, sorrideva strofinando le mani, la testa lievemente chinata su un lato, mentre il candidato premier della Casa delle libertà enunciava senza indugio che si impegnava di fronte a tutti gli italiani a ottenere durante il suo governo anche il «dimezzamento dell’attuale tasso di disoccupazione con la creazione di almeno un milione e mezzo di posti di lavoro». Fatto, il cosiddetto contratto con gli italiani si arricchiva di un’altra clausola, importante perché trattava un tema cruciale per tante famiglie, tanti giovani e meno giovani che al primo posto delle loro preoccupazioni avevano (e, ahinoi, continuano ad avere) proprio il lavoro.

            La legislatura che Berlusconi si accingeva a governare qualche settimana dopo la sceneggiata del contratto con Bruno Vespa sta ormai per finire. Il calendario parlamentare non concede più di due mesi netti di attività. A che punto è, dunque, la promessa del Cavaliere sull’occupazione? Lui e i suoi sbandierano obiettivi raggiunti, ripetono che le statistiche parlano chiaro e dimostrano che in effetti il numero dei disoccupati è calato e quello degli occupati è aumentato. Ma le cose stanno proprio così? Sebbene, da Trilussa in poi, è evidente che anche i numeri possono essere utilizzati per dimostrare pressoché qualsiasi cosa, i dati a disposizione permettono di trarre conclusioni attendibili. Il resto lo fa il buonsenso, anche perché i dati sul lavoro risentono di cicli stagionali e – nel periodo di governo Berlusconi – anche della sanatoria che ha portato alla regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori immigrati.

            Luca Ricolfi, docente di Psicosociologia e direttore dell’Osservatorio del Nord Ovest, si è preso la briga di misurare punto su punto lo stato dell’arte delle promesse “contrattuali di Berlusconi” (”Dossier Italia. A che punto è il Contratto con gli italiani”, Il Mulino), compreso il capitolo relativo al lavoro. Utilizzando le serie trimestrali dell’Istat (che proprio oggi renderà noti i dati dell’ultimo trimestre del 2004) è giunto alla conclusione che nella migliore delle ipotesi «il grado di realizzazione dell’impegno» sull’occupazione da parte del premier «è certamente inferiore al 39,4%».

              Per ottenere un risultato tanto preciso, la sua ricerca ha ragionato inizialmente sul tasso di disoccupazione, che in effetti al rilevamento Istat del secondo semestre 2004 (7,9%) risulta ridotto rispetto al dato del secondo semestre 2001 (9,2%). Lo studio si spinge anche oltre, e corregge il dato di partenza in direzione favorevole al governo, utilizzando cioè anche il vecchio sistema di calcolo dell’Istat, e in questo caso Berlusconi sarebbe partito da un tasso di disoccupazione del 9,6%. C’è stata una riduzione, insomma: del 17,7% nella migliore delle ipotesi e del 14,1% nella peggiore. Ma poiché la promessa televisiva, vergata solennemente sul contratto, parla di «dimezzamento» della disoccupazione, la conclusione della ricerca di Ricolfi è che questo obiettivo è onorato solo al 35,4%.

                E poi c’è il secondo versante della clausola contrattuale berlusconiana: la promessa di un milione e mezzo di posti di lavoro. Anche in questo caso i numeri ufficiali nudi e crudi si prestano a speculazioni propagandistiche, poiché secondo le statistiche il numero degli occupati (tenendo per buono il calcolo più favorevole al governo) a metà 2004 risulta aumentato di 991.000 unità. Se le cose stessero così in Italia, tutto sommato, dovrebbe regnare un clima di ottimismo rispetto alla questione del lavoro ma – e qui il buonsenso, appunto, è uno strumento utile – è evidente il contrario. Dove sta il trucco, allora?

                  Dal punto di vista meramente numerico, una voce decisiva a ingrassare i presunti risultati delle “politiche occupazionali” del governo è quella delle regolarizzazioni dei lavoratori stranieri (165.000 soltanto nel 2002, almeno mezzo milione nell’arco dell’intera legislatura), riemersi dal mondo del lavoro nero. «Non solo – aggiunge Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento politiche attive del lavoro della Cgil – ma per quanto riguarda i calcoli sul numeri dei disoccupati bisogna considerare un fenomeno davvero allarmante: soprattutto nel sud, infatti, sono stranamente in calo sia l’occupazione che la disoccupazione perché si sta riproponendo la figura che a suo tempo un insospettabile “liberale” come Giorgio La Malfa definì “lavoratore scoraggiato”, colui cioè che non cerca nemmeno più un posto perché sente di non avere speranze, e per questo non dichiara ufficialmente il proprio status di disoccupato». Tra gli effetti qualitativi di questi anni berlusconiani, sottolinea lo stesso Treves, c’è proprio «l’aumento del divario tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia, perché la crescita occupazionale c’è stata solo nel centro-nord».

                    In generale, tuttavia, «la tendenza è quella di un forte rallentamento delle dinamiche occupazionali – spiega Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil e responsabile del dipartimento che segue il mercato del lavoro – è infatti il dato più eclatante è la riduzione reale dello 0,2% dell’occupazione rispetto alla popolazione attiva». Le statistiche di governo non parlano, poi, della progressiva precarizzazione, della mancata riduzione (nonostante le sanatorie) del bacino del sommerso, né dell’impoverimento della qualità del lavoro.

                    «Aumentano le partite Iva – sottolinea Fammoni – ma queste non sono nuove imprese, sono semplicemente i vecchi co.co.co, che invece di diventare lavoratori a tempo determinato hanno trasformato la loro precarietà. Del resto in un paese dove una nuova legge prevede ben 49 diverse figure di lavoratore “flessibile” – aggiunge il dirigente sindacale – il quadro è quello di un lavoro impoverito, figlio di un modello di sviluppo fondato sulla compressione dei costi piuttosto che sull’innalzamento della qualità. E in una fase di forte declino produttivo come questa, dove la cassa integrazione sta crescendo a ritmo compreso tra il 30 e il 50%, questo problema dovrebbe essere al centro delle attenzioni del governo».