Occupazione, allarme crisi

13/10/2003



      Sabato 11 Ottobre 2003

      ITALIA-LAVORO


      Occupazione, allarme crisi

      Mercato del lavoro – Dopo la Ue anche il Welfare segnala il rischio di un cambio di rotta


      MILANO – La locomotiva dell’occupazione si è fermata? Non ancora ma i segnali di un forte rallentamento ci sono tutti. Dopo il rapporto della Commissione Ue che proprio nei giorni scorsi lanciava l’allarme sul pericolo di una frenata, ora anche l’aggiornamento semestrale del rapporto di monitoraggio sulle politiche del lavoro del ministero del Welfare (in uscita per novembre e anticipato dal Sole-24 Ore) conferma il rischio di una inversione di rotta anche per l’Italia. Il meccanismo cioè che finora ha fatto segnare un costante aumento dell’occupazione a fronte però di una progressiva riduzione del Pil e in un quadro di congiuntura negativa sembrerebbe essersi inceppato. Lo 0,8% di tasso di crescita tendenziale del primo trimestre del 2003 evidenzia infatti un ridimensionamento rispetto agli ultimi due trimestri del 2002. «L’Italia però – spiega Salvatore Pirrone dirigente del ministero del Welfare e tra gli autori del rapporto – continua ad avere più margini di manovra rispetto al resto dei Paesi Ue». Segno che la spinta allo sviluppo non si è esaurita ma «segno anche che il nostro Paese, gravato da un maggiore gap da recuperare, ha di fatto più spazi di miglioramento». E se in passato sono stati gli inquadramenti contrattuali più flessibili a sostenere la crescita, ora tanto il part-time che il tempo determinato si mostrano in affanno. Non lascia cioè dubbi il crollo del tempo parziale passato da un tasso di incremento del 5,8% nel luglio 2002 al -0,6% del luglio 2003, come anche il contratto a tempo determinato: passato dal 2,7% allo 0,5 per cento. I numeri restano però ancora positivi tanto per il lavoro dipendente a tempo pieno e indeterminato (+145mila unità) che per i cosiddetti atipici che segnalano comunque nel complesso un recupero di circa 46mila posizioni su base annua. Il risultato è che il tasso di occupazione complessivo (quello cioè che riguarda i lavoratori tra i 15-64) si è attestato al 56,4%, mentre quello dei cosiddetti over 55 al 30,6%. «Questi dati – si legge nel rapporto – sono il riflesso del rafforzato contributo fornito dagli over 50 (circa 161mila unità in più rispetto al luglio 2002)». Il dato, per quanto positivo, è tuttavia ancora lontano dal centrare il target del 50% definito a livello europeo per il 2010 e del 40% per il 2005 fissato un anno fa dall’Italia nel Nap. Un quadro questo che – secondo Paolo Sestito, condirettore della Banca d’Italia e consulente del ministro Roberto Maroni – può essere riconducibile a due cause: «Le politiche previdenziali che hanno fatto slittare l’uscita dal mercato e il più alto tasso di formazione dei cinquantenni di oggi rispetto al passato. Tutto ciò non ridimensiona il problema di una scarsa competitività e occupabilità dei lavoratori più adulti». Anche perché se in passato il trend di crescita per questa fascia di occupati è stato mediamente di un punto percentuale all’anno ora lo stesso andamento si è ridotto a mezzo punto. «Prima – spiega Sestito – le politiche attive per il lavoro erano quasi esclusivamente proiettate sui giovani, solo di recente c’è stata una maggiore attenzione a questo target: ne sono una prova i contratti di inserimento, previsti dalla legge Biagi, e il bonus occupazione che stabilisce maggiori incentivi per l’assunzione degli ultra quarantacinquenni». Guardando l’altra metà del bicchiere, vale a dire il tasso di disoccupazione (8,3%, quattro decimi di punto in meno rispetto al luglio 2002) in calo sia la componente maschile (dal 6,7% al 6,3% su base annua) sia quella femminile (dall’11,7% all’11,2 per cento).

      SERENA UCCELLO