Occupati, i numeri non sono opinione – di Pietro Busetta

30/05/2002





Occupati, i numeri non sono opinione
di Pietro Busetta

Misurare il numero di pesci che vivono in un tratto di mare. Lo consente la teoria dei campioni. Con tecniche sofisticate e con una percentuale di errore più o meno ridotta, a seconda della numerosità del campione scelto, si riesce a conoscere la quantità di pesci esistenti, magari divisi tra piccoli medi e grandi. I pesci rimarranno sommersi, per loro fortuna, ma saranno rilevati. I risultati raccolti, con tali tecniche, che si tratti di indagini di mercato, di exit poll, di proiezioni di voto sono accettati ampiamente. Mentre su di essi, spesso, si fondano le analisi e i commenti di molti opinionisti e molte iniziative legislative. Solo nel caso degli exit poll, poi, vi è una controverifica della bontà delle previsioni a poche ore dalla indagine, che vengono confrontati con i risultati definitivi del voto. Tale confronto dimostra quanto ci si possa avvicinare al dato rilevato, mentre si grida allo scandalo in quei casi nei quali ci si allontana da esso, anche di percentuali che vanno oltre il 3-4 per cento. Mercato difficile. Lo stesso discorso pare che non possa essere effettuato per il mercato del lavoro, per cui sono in tanti a confondere il concetto di sommerso con quello di non rilevato. L’indagine trimestrale sul mercato del lavoro condotta dall’Istat con metodi campionari consente la misurazione degli occupati emersi e sommersi. L’indagine, come afferma l’Istat, è campionaria ed è effettuata intervistando ogni volta circa 200mila persone in circa 1.400 Comuni di tutte le Province. Ogni famiglia viene intervistata per due trimestri consecutivi; segue un’interruzione per i due successivi trimestri, dopodiché essa viene nuovamente intervistata per altri due trimestri. Complessivamente rimane nel campione per un periodo di 15 mesi. Tale sistema di rotazione permette di mantenere invariato metà del campione da un trimestre all’altro e metà da un trimestre al corrispondente trimestre dell’anno successivo. L’indagine prevede una serie di domande, dalle quali si riesce a fare la stima degli occupati, dei disoccupati, di coloro che si presentano sul mercato del lavoro, divisi per Regioni e Province. Per cui alla fine risulta che, per esempio, a Bolzano il tasso di disoccupazione è del 2,1% mentre a Enna del 30,2. Distinzioni da chiarire. Da parte di molti, anche a livello governativo, sembra che la distinzione tra sommerso e non rilevato non sia sufficientemente chiara. Proprio qualche giorno fa il ministro Tremonti dichiarava che uno degli elementi che provavano come ci fosse stata emersione risultava dall’aumento degli occupati registrato nelle recenti rilevazioni. Ma, in realtà, l’emersione non dovrebbe in alcun modo incidere sul numero di occupati in quanto già rilevata. Per dimostrare la giustezza di tali posizioni molti si rifanno ai dati sul collocamento e al fatto che parecchi, soprattutto al Sud, continuino a essere registrati nelle liste di disoccupazione anche se in realtà lavorano o sono studenti e quindi non disoccupati, né forza lavoro. Ma l’indagine trimestrale sulle forze lavoro è assolutamente indipendente sia dagli archivi del collocamento che da quelli Inps, che ovviamente hanno dati totalmente differenti rispetto alle evidenze di tale indagine. Proprio per verificare la bontà di tali stime e per verificare la tendenza che i lavoratori del sommerso potessero non rispondere sinceramente alle indagini ufficiali per forme di reticenza o di paura, sono stati adottati in via sperimentale approcci innovativi. L’Istat, qualche anno fa, con la collaborazione della Fondazione Curella, ha realizzato una indagine tendente ad accertare l’attendibilità complessiva delle rilevazioni ufficiali con risultati confortanti. Numeri decisivi. È noto come in Italia il sommerso sia quantitativamente rilevante. Per l’Fmi in Italia c’è un sommerso pari al 27% del Pil e un’occupazione in nero che oscilla tra il 30 e il 48% del totale delle forze lavoro (e vi è una valutazione molto attenta del lavoro irregolare anche da parte dell’Istat). Ma supponiamo che tale fenomeno non sia, come sembrano sostenere in molti, rilevato. Allora il numero di occupati in Italia dovrebbe essere quello ufficiale, 21 milioni 645mila maggiorato, nell’ipotesi minima dell’Fmi, del 30%. Cioè, circa 6 milioni e 500 mila occupati in più. Dunque lavorerebbero 28milioni 138mila persone, con un tasso di attività di oltre il 50%, considerato che una percentuale di disoccupati, anche se fosse condivisa l’ipotesi del sommerso non rilevato, dovrebbe pur esserci. Nella seconda ipotesi dell’Fmi, ovvero quella del 48%, arriveremmo a una valutazione complessiva di oltre 32 milioni di persone. Lavorerebbe dunque più di una persona su 2, anche al Sud. Il confronto con l’Europa. Ma anche da una valutazione del Pil per occupato si può dimostrare come in realtà l’ipotesi che il sommerso sia totalmente non rilevato sia assolutamente non condivisibile. Confrontando infatti i dati dell’Italia con quelli della Francia, della Germania o della Gran Bretagna, ci si accorge che il Pil per occupato è più o meno nello stesso ordine di grandezza, spesso un po’ più contenuto. Se avessimo un sommerso non rilevato maggiore di quello di tali Paesi, il nostro Pil per addetto dovrebbe essere maggiore o dovrebbe essere anche non rilevata una gran parte del Pil. Ma in tal caso è pensabile che i nostri attenti cugini francesi tedeschi o inglesi consentano un pagamento sulla base di un Pil inferiore del 27% di quello reale? Forse no, a meno che una quota simile di sommerso non esistesse anche nello loro realtà, cosa che mi pare esclusa. E allora il dato è puntuale ed esatto? Sono possibili errori, e alcune volte soprattutto per l’agricoltura gli addetti ai lavori si accorgono che in alcuni trimestri vi sono. Ma entro limiti ridotti, che non mettono assolutamente in discussione la validità complessiva del dato di riferimento. Per cui quando si parla di Pil o di occupati, disoccupati o forza di lavoro, con buona pace di tutti si può affermare che i fenomeni in questione sono nel loro complesso ben misurati. Certo una presa di posizione più netta da parte dell’Istat sarebbe opportuna per evitare in un settore così delicato opinioni così diverse. Possibilmente facendo riferimento agli occupati piuttosto che alle sole unità di lavoro che, anche se consentono una precisione maggiore, hanno una difficoltà di comprensione, per il pubblico più ampio, rilevante.

Giovedí 30 Maggio 2002