Obiettivo occupazione: D’Amato sprona il Governo e apre ai sindacati

24/05/2002





La nuova Maastricht si chiama Lisbona
Obiettivo occupazione: D’Amato sprona il Governo e apre ai sindacati
ROMA – Per uscire dall’età dell’incertezza, per coniugare sviluppo e occupazione, per dare benessere al Paese, la ricetta resta sempre la stessa: realizzare le riforme strutturali, eliminare le strettoie che costringono il Paese a un livello di competitività basso, minore rispetto agli altri Paesi industrializzati. È questo il messaggio forte che emerge dalla relazione che Antonio D’Amato ha presentato ieri mattina all’assemblea di Confindustria, riscuotendo vasti consensi. «Prima di cominciare – ha esordito D’Amato – voglio fare gli auguri di pronta guarigione all’avvocato Agnelli, che oggi non è qui con noi. Credo così di interpretare il sentimento di tutti i presenti». Poi entra nel vivo della relazione. La nuova Maastricht, ha detto il presidente degli industriali, si chiama Lisbona. L’impegno che tutta l’Europa si è data nel 1999, di far crescere di dieci punti entro il 2010 il tasso di occupazione, rappresenta la nuova frontiera verso cui convogliare tutte le forze. Tanto più quelle del nostro paese, dato che in Italia il tasso di occupazione è già inferiore di dieci punti alla media europea. Ma tutti gli sforzi messi in atto rischiano di risultare inutili senza le riforme strutturali già individuate. Solo in questo modo infatti il nostro Paese potrebbe essere in grado di cogliere l’obiettivo, coniugando rigore e sviluppo, termini non solo non antitetici, ma anzi complementari, perché il primo è la premessa necessaria per il secondo. Riforme che non puntano a rafforzare i diritti di pochi, ma quelli di tutti. Riforme che creino efficienza, ma anche realizzino una società più giusta, più equa. Il punto è come riuscire nell’intento riformatore. D’Amato ha dato atto al Governo di avere indicato un programma preciso e di avere iniziato a metterlo in cantiere. Si è così aperto, ha notato, un confronto duro e serrato, più che normale in una società come la nostra dove convivono da decenni tante rendite di posizione, difficili da scalzare. Di una cosa si è lamentato il presidente degli industriali: che il dibattito, forse proprio a causa di queste spinte, si sia fermato «alla superficie dello scontro ideologico». Questo, ha rilevato D’Amato, è un modo «per lasciare le riforme nel limbo, per non farle più». Un pericolo grave, perché il prezzo da pagare sarebbe altissimo. Di qui l’invito forte al Governo perché vada avanti, all’opposizione perché incalzi l’Esecutivo e lo controlli, al sindacato perché «non si chiuda in una posizione pregiudiziale di rifiuto, ma anzi si apra al dialogo, si impegni per la modernizzazione». Il problema è come riuscire a realizzare queste riforme. L’obiettivo è quello di innescare un circolo virtuoso che da una riduzione della spesa provochi un calo della tassazione. In tal modo si potrebbero fare più investimenti e questi porterebbero automaticamente più occupazione e più crescita. Si deve però partire da una riduzione della spesa. È dagli anni ’80 che la spesa corrente è sempre pari al 37,5% del pil, non ci si è mai allontanati da questa regola. Se non sono previste novità per quest’anno, dal 2003 occorre voltare pagina. «Ci aspettiamo – ha detto D’Amato – una manovra molto diversa dal passato, che preveda grandi riforme strutturali». Riforme che, ha detto con forza D’Amato, la Confindustria vuole fare con il sindacato. Sono state date due letture diverse dell’idea di sperimentare una riforma dell’articolo 18. Che sia un sistema per accorciare le distanze con gli altri Paesi europei o invece che si cerchi così un ridimensionamento del sindacato. È valida la prima interpretazione, ha assicurato D’Amato. Noi, ha affermato, siamo convinti che «il sindacato abbia un ruolo fondamentale, che col sindacato si debba dialogare, che ci si debba incontrare per attuare la politica dei redditi, che deve essere confermata. Con il sindacato – ha aggiunto – intendiamo lavorare a definire insieme un modello di relazioni industriali più moderno». Troppo spesso, ha notato, il sindacato è stato «di ostacolo alle politiche di modernizzazione, ma la sua storia, il contributo dato alla lotta al terrorismo e al risanamento finanzario» impediscono di ignorarlo. Anche perché «almeno molte sue componenti» si rendono conto che solo quando le aziende sono competitive i lavoratori possono migliorare le loro condizioni. Ma, ha aggiunto, «fino a quando sindacati che si dicono moderni possono chiudere gli occhi di fronte a un mondo del lavoro in cui si intrecciano la tutela dei garantiti con l’emarginazione degli esclusi»? Un esempio classico, la battaglia per il sommerso e l’«aristocratico distacco» con il quale il sindacato la guarda. La legge è ancora imperfetta e va migliorata, ma quelle acque, davvero limacciose, vanno prosciugate. «Noi – ha detto D’Amato – sulla trincea dei diritti ci siamo». Riforme, quindi, partendo da quanto fatto finora. La struttura economica di un Paese, ha detto D’Amato, «non si cambia in pochi mesi». Il Governo, ha aggiunto, ha fatto delle cose e ha ottenuto dei risultati, anche se non tutti nella giusta direzione. Il presidente degli industriali ha ricordato le diverse tappe seguite, la normativa per i contratti a termine, il nuovo collocamento, i contratti con contenuto formativo, soprtattutto la legge delega. Mercato del lavoro, ma anche fisco, scuola, previdenza, fondazioni bancarie, servizi pubblici locali, giustizia, pubblica amministrazione, ambiente, energia. Grande attenzione D’Amato ha riservato alla riforma fiscale. L’obiettivo annunciato dal Governo di una riduzione della pressione è naturalmente condiviso, ma, ha sottolineato, «restano ancora nel vago tempi, modalità ed entità, non si sa se effettivamente per le imprese nel 2003 ci sarà una riduzione, anche perché si abbassano le aliquote, ma si preannuncia un ampliamento della base imponibile». Occorre allora, ha insistito, «uscire dalle affermazioni di principio». Ferma la posizione sull’articolo 18. Questo, ha detto, è certamente un «vicolo stretto», ma non è un «vicolo cieco», è un «sentiero stretto per avviare il circolo virtuoso della crescita. Del resto, ha sottolineato D’Amato, il vero salto si ha passando dal welfare state al workfare state. Il primo non si giustifica più, perché mirava ad addomesticare il conflitto tra capitale e lavoro, ma questo conflitto non c’è più. Adesso occorre assicurare al lavoratore la possibilità di trovare un posto di lavoro. Di qui l’impegno per cambiare gli ammortizzatori sociali, salvando quelli che hanno mostrato di funzionare, ma dirigersi velocemente verso una economia della conoscenza. Eliminando le rigidità, quelle che costringono le aziende a restare piccole o a sostituire uomini con macchine, dando così spazio a diverse, ma non meno forti rigidità.

Massimo Mascini
Venerdí 24 Maggio 2002