Obiettivo flessibililità – di Paolo Andruccioli

15/04/2002



 
   
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Art.18 e non solo…
Obiettivo flessibililità


Le leggi delega del governo sono sempre piene di sorprese. A leggere bene c’è di tutto. Dietro la definizione di flessibilità si nasconde un preciso obiettivo: la piena supremazia del capitale sul lavoro, cioè sulle condizioni di vita dei lavoratori.

PAOLO ANDRUCCIOLI

Le leggi delega del governo Berlusconi sono piene di sorprese. Non si finisce mai di stupirsi andandole a spulciare con un po’ di pazienza tra i noiosi commi e rimandi a quella legislazione vigente che si vuole smontare pezzo a pezzo. Si è parlato tanto dell’articolo 18, dell’arbitrato, degli ammortizzatori sociali (per i quali non ci sono soldi), delle nuove forme del lavoro flessibile, della fine della concertazione e quindi della modificazione del sindacato. Ma forse è sfuggito un altro particolare contenuto nella legge delega attualmente in votazione al senato sul mercato del lavoro: la definitiva trasformazione del lavoro in una
merce che si può affittare a vita (leasing), trasferire da uno stabilimento all’altro, prestarsi tra imprenditori. Forse siamo esagerati, ma una delle intenzioni del governo di destra ci sembra quella di trasformare il mercato del lavoro italiano in un esercito di «interinali» a vita. Nella delega governativa all’articolo 1 si prevede per esempio il superamento della legge 1369 del 1960 e della riforma dell’articolo 2112 del codice civile, delle norme cioè che regolano il mantenimento delle garanzie per i lavoratori che vengono trasferiti da un’azienda a un’altra o da un settore all’altro della stessa azienda. Siccome la materia è alquanto ostica, per comprenderla meglio, ci siamo avvalsi del lavoro di un gruppo di giuristi che insieme ad alcuni sindacalisti della Cgil specialisti in mercato del lavoro hanno pubblicato un’analisi dettagliata del Libro bianco di Maroni e delle deleghe sul lavoro (Lavoro, ritorno al passato, edizioni Ediesse, 2002). Ebbene i giuristi che hanno lavorato al libro (Alleva, Ghezzi, ecc.), ma anche moltissimi altri (Pivetti, Mattone, ecc.) sostengono che la filosofia di base dei provvedimenti del governo punta da una parte a una riduzione dell’orario nel senso del progressivo svuotamento delle prestazioni fisse in azienda del lavoratore assunto a tempo indeterminato (una riduzione del lavoro che non è certo quindi liberazione dal lavoro e la condivisione del lavoro da parte di tutti come l’avevamo pensata noi) e dall’altra alla riduzione del lavoratore «a una merce liberamente commerciabile». In questo contesto si spiega la liberalizzazione del collocamento privato (ed è anche per questo che il ministro Maroni accelera sulla riforma varata giovedì che svuota il collocamento pubblico) e della interposizione di manodopera, un fenomeno che in futuro non sarà più temporaneo come è oggi con le agenzie di lavoro interinali (il lavoro in affitto), ma permanente. «In sostanza – si legge nel libro della Cgil – ogni impresa, invece di assumere suoi dipendenti, potrebbe affittare e utilizzare a tempo indeterminato i lavoratori di una certa scuderia, di un certo fornitore di fiducia, vero e proprio commerciante in lavoro altrui». Anche secondo Marco Pivetti, magistrato con una lunga esperienza «lavoristica», l’abrogazione della legge 23 ottobre 1960, n.1369 sull’appalto di manodopera, rischia di autorizzare senza alcuna limitazione la somministrazione di manodopera. Se fosse davvero così la trasformazione dei rapporti di produzione e in generale dei rapporti sociali sarebbe evidente. Ci si chiede anche come si possa conciliare questa trasformazione del lavoro in prestazioni in affitto con l’ideologia dello stesso governo di destra che auspica una maggiore partecipazione e integrazione dei lavoratori nella gestione delle imprese. Dagli antichi ricordi della democrazia economica si passa alla «somministrazione» del lavoro, senza limiti di tempo. «Volete un lavoratore: chiedetecelo a tutte le ore, noi ve lo forniremo». Potrebbe essere questo lo slogan del nuovo business della intermediazione di manodopera.

Ma non c’è solo il lavoro in affitto, o le tante forme di scomposizione del lavoro. C’è anche un progetto per la riorganizzazione delle imprese e del tessuto produttivo funzionali a questo modello. Si tende a legalizzare quel processo nascosto che in questi anni ha caratterizzato il lavoro in appalto, subappalto, in concessione e via dicendo, soprattutto in alcuni settori come il tessile-abbigliamento e l’edilizia. Fenomeni di scomposizione delle aziende in tante scatole cinesi, una dentro l’altra, ma irresponsabili l’una dell’altra al momento della crisi e dei licenziamenti. Con le deleghe il governo italiano va nella direzione opposta a quella scelta dalla Francia, soprattutto dopo il caso Danone. Se passasse tutto lo schema ideato nelle deleghe tra qualche anno le imprese italiane saranno sicuramente più libere, ma sicuramente meno responsabili. Potranno nascondersi e scomparire molto meglio di oggi. Anche qui non si capisce come tutto ciò si possa conciliare con la battaglia per l’emersione del sommerso. Battaglia – tra parentesi – che il ministro Tremonti sta per ora miseramente perdendo, visti i risultati della legge dei cento giorni. Dal punto di vista dei lavoratori, quello che si prospetta è un futuro più flessibile e precario. Il lavoratore – privato anche del sostegno dei sindacati e in generale della solidarietà dei suoi compagni di lavoro – sarà sempre più solo.