Obiettivo di Berlusconi: tagliare i salari

30/07/2004





venerdì 30 luglio 2004

Obiettivo di Berlusconi: tagliare i salari
di Bianca Di Giovanni


I primi ad essere informati sono stati gli ambasciatori: «Il nuovo fisco sarà a tre aliquote, 23, 33 e 39% (non si conoscono ancora le soglie di reddito, ndr), con una no tax area fino a 7.500 euro (già oggi è così, ndr)». È il premier in persona a seminare ancora ottimismo, nonostante una manovra «dolorosa» (parola sua) ma che «non prevedrà tagli ma solo freni agli aumenti di spesa» (mah!). Mentre il premier parlava alla Farnesina, nelle stanze di Palazzo Chigi già circolavano le bozze del Dpef, varato poi nella serata di giovedì dal consiglio dei ministri.

E la verità nascosta è saltata fuori: inflazione programmata all’1,6% l’anno prossimo (all’1,5% nel 2006 e all’1,4% nel biennio successivo). Una cifra più lontana possibile da quella reale (il contrario di quanto hanno chiesto i sindacati), visto che si parte da un 2,4% stimato per il 2004. Chiaro che i salariati dovranno stringere la cinghia, E non solo. Anche le imprese (a cui è già stato sottratto il Tfr) dovranno rivedere tutti i loro piani, visto che gli incentivi vengono trasferiti nel fondo rotativo e trasformati in mutui, con effetti nefasti sui loro bilanci. Restano ancora molto oscuri, comunque, i dettagli sui tagli e i risparmi di spesa, che saranno immancabili viste le dimensioni della correzione annunciata: 24 miliardi di euro, di cui 17 di misure strutturali e 7 di una tantum.

Una manovra pesante necessaria per mantenere il deficit al 2,7% del Pil rispetto al 4,4% tendenziale (cioè senza interventi). Nel documento Domenico Siniscalco non nega che il compito è arduo. Anzi. «È impensabile – si legge nel testo – che queste correzioni strutturali siano indolori». Gli obiettivi che il governo tenta di mettere assieme sono tre: conti in ordine, misure per lo sviluppo e riduzione del debito. Ma il fatto è che finora la filosofia è stata opposta: deregulation, libertà da tutti i vincoli. Così, i conti sono impazziti e la crescita si fa attendere. Si può, come se nulla fosse, fare retromarcia e inneggiare all’ottimismo? Siniscalco chiede «il contributo di tutti: cittadini, famiglie, istituzioni, parti sociali, terzo settore, ciascuno nell’ambito dei propri compiti e responsabilità». Una mozione degli affetti che parte dallo stesso pulpito che finora ha affossato il Paese. Con l’aggiunta di una promessa: «Scuola, sanità, sicurezza e servizi sociali non avranno a risentire della politica economica del governo che privilegia, anzi, la richiesta di protezione sociale». Ma se la Lega continua a parlare di meno Stato (anzi, niente Stato), questa promessa sembra difficile da mantenere.

Non si sa bene dove si taglia, ma si sa che la ripresa sarà tanto forte da «reggere» l’impatto delle correzioni. Già quest’anno – secondo il Tesoro – il Pil cresce più di quanto previsto in primavera, cioè all’1,4% rispetto all’1,2. Torna però a quella cifra a causa degli effetti della manovra correttiva da 7,5 miliardi varata ieri dal Senato. L’anno prossimo senza interventi la crescita dovrebbe fermarsi all’1,9%, ma grazie alle politiche di sviluppo si raggiungerà il 2,1% nonostante l’effetto deflattivo della correzione da 50mila miliardi di vecchie lire. Insomma, il boom è dietro l’angolo, trainato (secondo il Dpef)«dai consumi delle famiglie e dall’espansione degli investimenti. I primi contribuiranno alla crescita per l’1,3%, la seconda per lo 0,8%. Resta negativo il contributo delle esportazioni (-0,3%), compensato in parte da quello positivo delle costruzioni (0,2%).

A dire il vero sugli investimenti privati pende una incognita pesante, vista la gelata che si prepara per le imprese. Già colpite dalla manovra-bis appena varata, le aziende perdono gradualmente i finanziamenti a fondo perduto (legge 488) sostituiti (con pari importi) da crediti a tasso agevolato prima, e poi da quelli erogati dalle banche a tassi di mercato. Una rivoluzione sui bilanci che dovrà essere metabilizzata. Colpiti soprattutto gli investimenti nel Mezzogiorno, dove si ridiscuterà anche il bonus occupazione. Quanto agli investimenti pubblici, è Pietro Lunardi a parlare di 7,2 miliardi per le grandi opere, ma la cifra non compare nel Dpef.

A famiglie e imprese si promette la riforma fiscale da attuare in due anni per 13 miliardi di euro, con riduzioni di Ire (la ex Irpef) ed Irap (con interventi selettivi). Si prevede anche la clausola di salvaguardia, oltre a misure per la famiglia e le giovani coppie (sulla prima casa). Il fisco resta la leva principale per lo sviluppo individuata dal centro-destra. «Nessun Paese avanzato – si legge nel Dpef – con una pressione fiscale sopra il 40% registra tassi di crescita soddisfacenti». Falso: i Paesi scandinavi crescono più dell’area euro ed hanno un fisco più pesante. È chiaro che il modello è l’Irlanda, cresciuta dopo i tagli fiscali «tutti coperti». Ma l’isola verde probabilmente sarebbe cresciuta lo stesso, dopo anni da lumaca. Poderoso l’intervento sul debito per portare il suo peso sotto il 100% del Pil entro il 2007. Fino al 2008 si prevedono «operazioni di privatizzazione, cessione di crediti e immobili per un ammontare complessivo di circa 100 miliardi. Secondo le stime del Tesoro, il settore pubblico possiede un attivopatrimoniale pari al 137% del Pil. «Nel medio periodo – si legge nel Dpef – si stima che circa il 40% di tale attivo possa essere considerato potenzialmente disponibile». Alleggerendo il carico il Tesoro punta a ridurre l’onere del servizio del debito (ovvero gli interessi pagati) in vista anche di un rialzo dei tassi.